Archivio per agosto 2012

la benzina rincara

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perchè Assange ha scelto l’Ecuador

Il 3 agosto, con un anticipo rispetto alla scadenza di 16 mesi, la presidente della Repubblica Argentina, Cristina Kirchner, si presenta alla sede di Manhattan del FMI con il suo ministro dell’economia e il ministro degli esteri ecuadoriano Patino, in rappresentanza di “Alba” (acronimo che sta per Alianza Laburista Bolivariana America), l’unione economica tra Ecuador, Colombia e Venezuela. La Kirchner si fa fotografare e riprendere dalle televisioni con un gigantesco cartellone che mostra un assegno di 12 miliardi di euro intestato al FMI con scadenza 31 dicembre 2013, che il governo argentino ha versato poche ore prima. “Con questa tranche, l’Argentina ha dimostrato di essere solvibile, di essere una nazione responsabile, attendibile e affidabile per chiunque voglia investire i propri soldi. Nel 2003 andammo in default per 112 miliardi di dollari, ma ci rifiutammo di chiedere la cancellazione del debito: scegliemmo la dichiarazione ufficiale di bancarotta e chiedemmo dieci anni di tempo per restituire i soldi a tutti, compresi gli interessi. Per dieci, lunghi anni, abbiamo vissuto nel limbo. Per dieci, lunghi anni, abbiamo protestato, contestato e combattuto contro le decisioni del FMI che voleva imporci misure restrittive di rigore economico sostenendo che fossero l’unica strada. Noi abbiamo seguito una strada opposta: quella del keynesismo basato sul bilancio sociale, sul benessere equo sostenibile e sugli investimenti in infrastrutture, ricerca, innovazione, investendo invece di tagliare. Abbiamo risolto i nostri problemi. Ci siamo ripresi e siamo in grado di saldare l’ultima tranche con 16 mesi di anticipo. Le idee del FMI e della Banca Mondiale sono idee errate, sbagliate. Lo erano allora, lo sono ancor di più oggi. Chi vuole operare, imprendere, creare lavoro e ricchezza, è benvenuto in Argentina: siamo una nazione che ha dimostrato di essere solvibile, quindi pretendiamo rispetto e fedeltà alle norme e alle regole, da parte di tutti, dato che abbiamo dimostrato, noi per primi, di rispettare i dispositivi del diritto internazionale.”. Subito dopo la Kirchner ha presentato una denuncia formale contro la Gran Bretagna e gli Usa al WTO, coinvolgendo il FMI grazie ai file messi a disposizione da Wikileaks, cioè Assange. L’Argentina ha saldato i debiti, ma adesso vuole i danni. Con gli interessi composti. “Volevano questo, bene, l’hanno ottenuto. Adesso che paghino”. E’ una lotta tra la Kirchner e la Lagarde. Le due Cristine duellano da un anno impietosamente. Grazie ad Assange, dato che il suo gruppo ha tutte le trascrizioni di diverse conversazioni in diverse cancellerie del globo, che coinvolgono gli Usa, la Gran Bretagna, la Francia, l’Italia, la Germania, il Vaticano, dove l’economia la fa da padrone. Osama Bin Laden è stato mandato in soffitta e sostituito da John Maynard Keynes. Lui è diventato il nemico pubblico numero uno delle grandi potenze; in queste lunghe conversazioni si parla di come mettere in ginocchio le economie sudamericane, come portar via le loro risorse energetiche, come impedir loro di riprendersi e crescere, come impedire ai governi di far passare i piani economici keynesiani applicando invece i dettami del FMI il cui unico scopo consiste nel praticare una politica neo-colonialista a vantaggio soprattutto di Spagna, Italia e Germania, con capitali inglesi. Gran parte dei file sono già resi pubblici su internet. Gran parte dei file sono offerti da Assange all’ambasciatore in Gran Bretagna dell’Ecuador, la prima nazione del continente americano, e unica nazione nel mondo occidentale dal 1948, ad aver applicato il concetto di “debito immorale” ovvero “il rifiuto politico e tecnico di saldare alla comunità internazionale i debiti consolidati dello Stato perché ottenuti dai precedenti governi attraverso la corruzione, la violazione dello Stato di Diritto, la violazione di norme costituzionali”.

Il 12 dicembre del 2008, il neo presidente del governo dell’Ecuador Rafael Correa (Pil di 50 miliardi di euro, circa 30 volte meno dell’Italia) dichiara in diretta televisiva in tutto il continente americano (l’Europa non ha mai trasmesso neppure un fotogramma e difficilmente si trova nella rete europea materiale visivo) di “aver deciso di cancellare il debito nazionale considerandolo immondo, perché immorale; hanno alterato la costituzione per opprimere il popolo raccontando il falso. Hanno fatto credere che ciò chè è Legge, cioè legittimo, è giusto. Non è così: da oggi in terra d’Ecuador vale il nuovo principio costituzionale per cui ciò che è giusto per la collettività allora diventa legittimo”. Cifra del debito: 11 miliardi di euro. Il FMI fa cancellare l’Ecuador dal nòvero delle nazioni civili: non avrà mai più aiuti di nessun genere da nessuno “Il paese va isolato” dichiaraDominique Strauss Kahn, allora segretario del FMI. Il Paese è in ginocchio. Il giorno dopo, Hugo Chavez annuncia che darà il proprio contributo con petrolio e gas gratis all’Ecuador per dieci anni. Quattro ore più tardi, il presidente Lula annuncia in televisione che darà gratis 100 tonnellate al giorno di grano, riso, soya e frutta per nutrire la popolazione, finchè la nazione non si sarà ripresa. La sera, l’Argentina annuncia che darà il 3% della propria produzione di carne bovina di prima scelta gratis all’Ecuador per garantire la quantità di proteine per la popolazione. Il mattino dopo, in Bolivia, Evo Morales annuncia di aver legalizzato la cocaina considerandola produzione nazionale e bene collettivo. Tassa i produttori di foglie di coca e offre all’Ecuador un prestito di 5 miliardi di euro a tasso zero restituibile in dieci anni in 120 rate. Due giorni dopo, l’Ecuador denuncia la United Fruit Company e la Del Monte & Associates per “schiavismo e crimini contro l’umanità”, nazionalizza l’industria agricola delle banane (l’Ecuador è il primo produttore al mondo) e lancia un piano nazionale di investimento di agricoltura biologica ecologica pura. Dieci giorni dopo, i verdi bavaresi, i verdi dello Schleswig Holstein, in Italia la Conad, e in Danimarca la Haagen Daaz, si dichiarano disponibili a firmare subito contratti decennali di acquisto della produzione di banane attraverso regolari tratte finanziarie in euro che possono essere scontate subito alla borsa delle merci di Chicago.
Il 20 dicembre del 2008, facendosi carico della protesta della United Fruit Company, il presidente George Bush dichiara “nulla e criminale la decisione dell’Ecuador” annunciando la richiesta di espulsione del paese dall’Onu: “siamo pronti anche a una opzione militare per salvaguardare gli interessi statunitensi”. Il mattino dopo, il potente studio legale diNew York Goldberg & Goldberg presenta una memoria difensiva sostenendo che c’è un precedente legale. Sei ore dopo, gli Usa si arrendono e impongono alla comunità internazionale l’accettazione e la legittimità del concetto di “debito immorale”. La United Fruit company viene provata come “multinazionale che pratica sistematicamente la corruzione politica” e condannata a pagare danni per 6 miliardi di euro. Da notare che il “precedente legale” (tuttora ignoto a gran parte degli europei) è datato 4 gennaio 2003 a firma George Bush. E’ accaduto in Iraq che in quel momento risultava “tecnicamente” possedimento americano in quanto occupato dai marines con governo provvisorio non ancora riconosciuto dall’Onu. Saddam Hussein aveva lasciato debiti per 250 miliardi di euro (di cui 40 miliardi di euro nei confronti dell’Italia grazie alle manovre di Taraq Aziz, vice di Hussein e uomo dell’Opus Dei fedele al Vaticano) che gli Usa cancellano applicando il concetto di “debito immorale” e aprendo la strada a un precedente storico. Gli avvocati newyorchesi dell’Ecuador offrono al governo americano una scelta: o accettano e stanno zitti oppure, se si annulla la decisione dell’Ecuador, allora si annulla anche quella dell’Iraq e il tesoro Usa deve pagare subito i 250 miliardi di euro a tutti compresi gli interessi composti per quattro anni. Obama, non ancora insediato, ma già eletto, impone a Bush di gettare la spugna. La solida parcella degli avvocati newyorchesi viene pagata dal governo brasiliano.
Nasce allora il Sudamerica moderno. E cresce e si diffonde il mito di Rafael Correa, presidente eletto dell’Ecuador. Non un contadino indio come Morales, un sindacalista come Lula, un operaio degli altiforni come Chavez. Tutt’altra pasta. Proveniente da una famiglia dell’alta borghesia caraibica, è un intellettuale cattolico. Laureato in economia e pianificazione economica a Harvard, cattolico credente e molto osservante, si auto-definisce “cristiano-socialista come Gesù Cristo, sempre schierato dalla parte di chi ha bisogno e soffre”. Il suo primo atto ufficiale consiste nel congelare tutti i conti correnti dello Ior nelle banche cattoliche di Quito e dirottarli in un programma di welfare sociale per i ceti più disagiati. Fa arrestare l’intera classe politica del precedente governo che viene sottoposta a regolare processo. Finiscono tutti in carcere, media di dieci anni a testa con il massimo rigore. Beni confiscati, proprietà nazionalizzate e ridistribuite in cooperative agricole ecologiche. Invia una lettera a papa Ratzinger dove si dichiara “sempre umile servo di Sua Illuminata Santità” dove chiede ufficialmente che il Vaticano invii in Ecuador soltanto “religiosi dotati di profonda spiritualità e desiderosi di confortare i bisognosi evitando gli affaristi che finirebbero sotto il rigore della Legge degli uomini”. Tutto ciò lo si può raccontare oggi, grazie alla bella pensata del Foreign Office, andato nel pallone. In tutto il pianeta si parla di Rafael Correa, dell’Ecuador, del debito immorale, del nuovo Sudamerica che ha detto no al colonialismo e alla servitù alle multinazionali europee e statunitensi. In Italia lo faccio io sperando di essere soltanto uno dei tanti.

Questo, per spiegare “perché l’Ecuador” (…) e perchè Jules Assange ha scelto di rifugiarsi nell’ambasciata dell’Ecuador. Il colpo decisivo viene dato da una notizia esplosiva resa pubblica (non a caso) il 4 agosto del 2012. “Jules Assange ha firmato il contratto di delega con il magistrato spagnolo Garzòn che ne rappresenta i diritti legali a tutti gli effetti in ogni nazione del globo”. Chi è Garzòn? E’ il nemico pubblico numero uno della criminalità organizzata. E’ il nemico pubblico numero uno dell’Opus Dei (…), che ha già fatto sapere che il suo studio è pronto a denunciare diversi capi di stato occidentali al tribunale dei diritti civili con sede all’Aja. L’accusa sarà “crimini contro l’umanità, crimini contro la dignità della persona”. La battaglia è dunque aperta. E sarà decisiva soprattutto per il futuro della libertà in Rete. In Usa non fanno mistero del fatto che lo vogliono morto. Anche gli inglesi. Ma hanno non pochi guai perché, nel frattempo, nonostante sia abbastanza paranoico (e ne ha ben donde) Assange ha provveduto a tirar su un gruppo planetario che si occupa di contro-informazione (vera non quella italiana). I suoi esponenti sono anonimi. Nessuno sa chi siano. Non hanno un sito identificato. Semplicemente immettono in rete dati, notizie, informazioni, eventi. Poi, chi vuole sapere sa dove cercare e chi vuole capire capisce. Quando la temperatura si alza, va da sé, il tutto viene in superficie. E allora si balla tutti. In Sudamerica, oggi, la chiamano “British dance”. Speriamo soltanto che non abbia seguiti dolorosi o sanguinosi.

Stralci da un articolo di Sergio Cori Modigliani, scrittore e blogger, pubblicato sul blog di Beppe Grillo

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la mappa degli evasori

Il Centro Studi Sintesi come ogni anno ha confrontato il reddito disponibile con il tenore di vita delle famiglie italiane. Sette gli indicatori di benessere, dalle auto di lusso alle case di pregio, condensati in un numero che esprime il rapporto tra ricavi e spese: fatta 100 la media nazionale, dove il punteggio è più alto vuol dire che i consumi sono in qualche modo “giustificati” dai redditi; dove il punteggio è basso si spende in media più di quanto si dichiara al fisco.
Al vertice della classifica, quest’anno, c’è l’Emilia Romagna (147), nonostante i 3 punti persi rispetto al 2006. Seguono Friuli Venezia Giulia (140, più 23 punti) e Piemonte (132, più 3 punti).
Per quanto riguarda le singole province, sul podio troviamo Trieste (154, più 16), Milano (153, meno 1) e Bologna (149, meno 1). Sorprendenti in maniera negativa i dati di alcune province lombarde, tra le quali Como (85esima posizione, 82, meno 49), Lecco (74esima posizione, 87, meno 52) Varese (64esima pozione, 90, meno 46) e Mantova (64esima posizione, 90, meno 56).

Leggi ancora: http://opendatablog.ilsole24ore.com/2012/08/il-paese-che-non-paga-la-stima-del-rischio-evasione-per-regione/#ixzz252FdNVif

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ecco le città più indebitate di Italia

Alla fine del 2011 la classifica delle città più indebitate vedeva al primo posto Milano con 3.931 milioni di euro (avete letto bene, quasi QUATTRO MILIARDI DI EURO), quindi Torino con 3.200, Napoli 1.589, Genova 1.328, Roma 1.149, Catania 522, Firenze 495, Verona 409 e Palermo 338. Un qualunque sindaco sotto il peso di questi debiti, come un buon padre di famiglia, non dovrebbe dormire di notte. Quando il debito di un’amministrazione cresce, aumentano le tasse comunali e le tariffe delle municipalizzate, come i trasporti pubblici a Milano, e diminuiscono i servizi ai cittadini. Un Comune può avvitarsi, finire in bancarotta e commissariato come Parma e recentemente Alessandria. Potrebbe succedere nel 2013 alle città più indebitate. L’unica risorsa prima del crack è vendere i beni del Comune (o meglio dei cittadini) all’asta, come avviene a Torino. Eletto lo sindaco, gabbato lo santo. Se un’azienda va in bancarotta, il titolare finisce in galera. Se un Comune va in bancarotta, il sindaco finisce in Parlamento e, magari, diventa pure ministro.

Questo scrive Beppe Grillo nel suo celeberrimo blog, commentando l’impegno crescente dei Sindaci di città come Milano, Firenze e Napoli per le primarie del PD e la prossima campagna elettorale. Non voglio addentrarmi nella vicenda politica, ma riporto e sottolineo i dati allarmanti (fonte Sole 24 Ore).

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Luca Barbareschi e le Iene

Riprendo da Nonleggerlo:

Aderisco al partito di Fini con lo stesso spirito con cui mio padre ha combattuto tra i Partigiani“, “Berlusconi mi ha offerto di tutto per tornare nel Pdl … ma non esco da Futuro e Libertà“. E dopo poche settimane: “Vado nel gruppo Misto, aiuterò il governo. Berlusconi mi ha già telefonato, ringraziandomi per la coerenza“. Era l’inverno 2011, è passato un anno, e Luca Barbareschi in Parlamento ci va pochissimo. A giugno ad esempio il tabellino segnava un bel 100% di assenze, alla Camera non si è mai presentato: “Io in Cina per un film? Ma saranno affari miei? Se ci sono stato? No! … Beh, forse due giorni, tre giorni, un sacco di avanti e indietro“. In compenso l’attività cinematografica prosegue alla grande, e non potrebbe essere altrimenti, fui lui stesso a dichiarare che i “23 mila euro lordi al mese” che prende da parlamentare non gli bastano, “non sono nato da una famiglia ricca“. E se un giornalista prova a chiedergli conto di queste interessanti dinamiche fiction-istituzionali, lui reagisce così.

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la crisi finanziaria e la guerra per conquistare il pianeta

Vi consiglio di prendervi il tempo di guardare questo video (è lungo 2 ore…) sul ciclo economico dei nostri giorni e scommetto che troverete talmente tante analogie con quello che ci sta succedendo in Italia, sulle radici di una crisi che ci costringe a vivere in totale incertezza sul futuro, mettendoci tutti in condizioni di vera e propria schiavitù.

Osservo da un po’ di tempo il movimento Zeitgeist, scettico da una parte perchè dubito sempre di chi offre risposte alle domande (chissà perchè poi…) e interessato dall’altra a punti di vista su quello che è indubbiamente un cambiamento sociale di natura epocale. Non sono giunto a conclusioni, ma i temi trattati sono sicuramente centrali e, anche se il video è lungo, vi assicuro che il tempo passa velocemente tali e tante sono le tematiche affrontate.

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la grandezza di un uomo

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siamo tutti Julian Assange

Può un hacker essere più pericoloso di un dittatore?

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Grillo vola sotto l’ombrellone

L’estate, intorno al 15 agosto è diversa. Sotto gli ombrelloni (chi è riuscito ad andarci) non si seguono i talk show (anche perchè sono in vacanza anche loro) e  quotidiani sportivi sono quelli più diffusi tra gli italiani. Tuttavia la diffusione dei tablet e degli smart phones, fa si che internet sia sempre accanto a noi e ecco che si verifica un fenomeno del tutto nuovo, come riportato oggi da Termometro Politico sulla base dei dati di un sondaggio effettuato dalla IPSOS su le preferenze di voto degli italiani.

Indovinate un po’… il Movimento raccoglierebbe il 21.7% delle preferenze nazionali, secondo solo al PD con il 24.8% e sopra il PDL che raccoglierebbe il 18.9%. Gli altri in ordine sparso: con l’IdV oltre il 7%, l’UDC d(e)i Casini al 6.9%, il SEL al 5.9% e la Lega poco sopra il 4%.

Mi torna quindi in mente un famoso intervento sull’argomento di Marco Travaglio ad Anno Zero che vi ripropongo a seguire

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siete pronti per Settembre?

Guardate il video e fate la vostra scelta che in Italia ne avremo veramente un gran bisogno…

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Monti, le Province e Reggio Emilia

Confesso che il riordino delle istituzioni sul territorio l’ho sempre considerata una necessità assolutamente prioritaria e quindi la scelta di “accorpamento” delle Province italiane l’ho data per un passo del Governo Monti in quella direzione, senza approfondirne troppo i contenuti. Tuttavia ho imparato la lezione dopo che in tutti questi anni lo Stato ha preso decisioni che ci hanno cambiato la vita (vedi riforma delle pensioni) senza che se ne capisse molto prima della loro entrata in vigore e sono andato a cercare informazioni.

Le discriminanti usate sono state le dimensioni del territorio (superiori ai 2500 km quadrati) e la densità di popolazione (sopra i 350,000 abitanti) e delle 107 Province italiane solo 43 hanno i requisiti per restare tali e annettere i territori che invece non rientrano in questi parametri. Saranno soppresse le Province delle città principali che diventeranno Città Metropolitane, governate da Sindaci con poteri speciali. Queste sono Roma, Torino, Milano, Venezia, Genova, Bologna, Firenze, Bari, Napoli e Reggio Calabria. In tutto sono 64 le Province che dovranno essere accorpate nelle Regioni a statuto ordinario.

Stando alla normativa attuale, in Lombardia, oltre a Milano, rimarrebbero solo Brescia, Bergamo e Pavia mentre saranno accorpate Lecco, Lodi, Como, Monza, Mantova, Cremona Sondrio e Varese.  Nel Lazio, oltre a Roma rimarrebbe solo Frosinone, in Toscana rimarrebbe solo la Città Metropolitana di Firenze e tutte le Province attuali dovrebbero trovare accorpamenti. In Basilicata rimarrà solo Potenza e in Sardegna solo Cagliari…

Pensate però al risparmio per la spesa pubblica che si può fare con 64 amministrazioni locali in meno… a cominciare da questo esercizio perché il processo dovrà essere completato entro il 2012. Le nuove Province – che si occuperanno solo di ambiente, trasporto e viabilità – dovranno avere almeno 350mila abitanti ed estendersi su una superficie territoriale non inferiore ai 2.500 chilometri quadrati. Chi non riuscirà a raggiungere questa soglia potrà fare una sorta di ‘campagna aquisti’ cambiando radicalmente la cartina geografica italiana, con accorpamenti che potranno dare vita a nuovi enti territoriali o ricalcare antiche conformazioni dello stato preunitario. Gli accorpamenti, elaborati dai Consigli delle autonomie locali, dovranno essere approvati dalle Regioni entro il primo gennaio 2014

Insomma, si va di corsa e come ho già dichiarato, lo apprezzo, vista la situazione generale e i rischi seri che corriamo se non ci diamo finalmente una smossa: rimettendo le mani su quella macchina gigante e paralizzata che è la Cosa Pubblica in questo Paese il Governo Monti sta mettendo le basi per un risanamento non solo di contingenza, ma strutturale. Tuttavia ho la sensazione che la fretta sia spesso stata una cattiva consigliera, come nella riforma del Lavoro e temo anche in quella della Previdenza Sociale.

Siamo sicuri che i criteri adottati sulla riforma delle Province siano in grado di dare equità e giustizia alla manovra di riordino dello Stato? Sono i criteri giusti per dare servizi ai cittadini e non solo un rapido miglioramento dei conti pubblici dello Stato? C’è da dubitarne se non si prendono in considerazione:

  1. la virtuosità delle amministrazioni attuali, perchè se una giunta provinciale è efficiente, stando alle disposizioni attuali, può venir cancellata a favore di un’altra che invece ha dato prova di incompetenza o peggio ancora di malaffare e questo non solo è un danno alla meritocrazia che deve invece essere alle fondamenta della Pubblica Amministrazione, ma procura un danno ai cittadini di entrambe le Province.
  2. La storia dei territori su cui insistono le Province, le differenze culturali di cui il nostro Paese è ricco. Lucca e Pisa, Siena e Arezzo, la Benevento papalina con l’Irpinia di Avellino, Parma riannetterà Piacenza sulle ceneri del Granducato e Reggio Emilia tornerà sotto Modena. La realtà è che disfare quello che costituisce un filo rosso della storia italiana non sarà facile, rischiando di riesumare le lotte tra guelfi e ghibellini.

Nessuno mette in dubbio la necessità di riorganizzare lo Stato, ma credo sia importante fare scelte sulla base di valutazioni che non prendano esclusivamente in considerazione i vantaggi di cassa, ma anche la funzionalità del nuovo sistema sia in termini di equità e efficienza per i cittadini che di rispetto per le culture e le tradizioni del nostro Paese.

Dalla Provincia di Reggio Emilia viene infatti una proposta concreta: creare non Province allargate (es. Reggio con Modena. Parma con Piacenza, ecc.) ma una sola Provincia Emilia, che assieme alla Provincia Romagna e alla Città Metropolitana di Bologna costituirebbero le tre istituzioni coordinate dalla Regione Emilia Romagna. In questa maniera, ha dichiarato la Presidente Sonia Masini, “(…) la Provincia dell’Emilia avrebbe circa 2 milioni di abitanti, imprese e PIL che le consentirebbero di competere con le Province Europee più importanti”.

Mi sembra un ragionamento importante perchè ha una visione di sviluppo successivo al riassetto, che prende in considerazione le potenzialità di questo territorio capace di riunire tutte le migliori Indicazioni geografiche protette (Igp) del Paese, dal parmigiano al prosciutto, all’aceto. Mentre in Toscana potremmo avere una Provincia dei Gran vini con Siena, Arezzo e Grosseto, accanto a quella Marinara di Massa, Lucca, Livorno e Pisa, cercando però di far assopire i tradizionali rancori stracittadini. Più facile sarà riunire Viterbo e Rieti in una Provincia della Tuscia Sabina e Latina insieme a Frosinone in quella ciociara. Teramo, Pescara e Chieti potrebbero rientrare nella ‘Provincia Adriatica’, escludendo L’Aquila, mentre Savona e Imperia si potrebbero costituire in Provincia di Ponente.

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sul posto fisso

Per esempio ho trovato insensata l’uscita di Monti sulla monotonia del posto fisso. Lui si è scusato dicendo che la frase era presa fuori contesto (mia nota: e quando mai..). Perchè ci siamo fatti convincere che la chiave del futuro risiede nella mobilità sfrenata?
Quel che conta è che uno abbia un lavoro, lo faccia bene e se lo tenga. Con gli anni la nostra capacità di svolgere un mestiere si perfeziona, si trasforma, troviamo nuovi modi per compiere delle mansioni e, in questa maniera, cambiamo sempre lavoro anche se restiamo fermi. Vale per il panettiere come per l’ingegnere. Invece cambiando sempre lavoro non facciamo altro che condannarci a restare apprendisti a vita. E’ questa la visione del lavoro che hanno i grandi signori dell’economia? Una grande distesa di giovani che invecchieranno senza aver mai provato la piccola felicità derivata dalla sensazione di aver fatto bene il proprio mestiere.

Margherita Hack – Nove vite come i gatti

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le prime foto da Marte

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quelli che vanno e quelli che restano

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