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Quanti favori alla Russia, Mr. President…

Che fallimento il primo viaggio di Trump dopo la sua elezione a Presidente degli USA.

La sua prima tappa è stata l’Arabia Saudita e si era creata una certa attesa, viste le sue posizioni sul mondo musulmano e sulla lotta al terrorismo. A quanto pare, ha viaggiato con tutte le spese pagate dal regime saudita, compresa quelle della numerosa famigliola a seguito, e si è affrettato a firmare un accordo per la vendita di armamenti statunitensi per $110 miliardi. Nell’atteso discorso al mondo musulmano, di fronte a capi di stato di tutta la regione, ha volato bassissimo. Nessuna visione di cooperazione per combattere il terrorismo, nessun discorso visionario, come quelli che ci eravamo abituati a sentire da Obama, ma un attacco all’Iran, accusato di finanziare e alimentare il terrorismo estremista dimenticandosi (ma forse era solo ignoranza) che Isis e tutti gli altri movimenti estremisti sono sunniti e non sciiti come è l’Iran. Ci sono prove inoppugnabili che questi gruppi di pazzi sanguinari sono appoggiati proprio dall’Arabia Saudita, Qatar ed altri tra quelli che ascoltavano il discorso di Trump. L’Iran combatte (forse per motivi diversivi nostri) il  terrorismo islamico oltranzista che tanti morti ha fatto in Europa…

Ha preso schiaffetti (neanche troppo nascosti) sulla mano da parte della First Lady durante la breve visita in Israele e poi ancora a Roma dove ha incontrato papa Francesco, che lo ha accolto sorridente (come sempre) e gli ha regalato una copia della sua enciclica sul clima, oltre a parecchi sguardi con un’espressione inequivocabile sul volto.

Dopo i leader dei Paesi che incarnano alcune tra le religioni più importanti, il Presidente degli Stati Uniti ha partecipato al Summit della NATO dove, invece di affrontare i temi scottanti dell’Alleanza Atalantica a partire dai Paesi Baltici per finire all’Ucraina, ha cominciato a parlare del costo dell’organizzazione militare e della necessità di far pagare di più chi paga poco… senza tuttavia esitare a farsi notare sui social network mentre spinge via il Presidente del Montenegro facendosi largo per conquistare la prima fila ed i flash dei fotografi…   Conclusione a Taormina per il G7 scenografato all’italiana, dove si è consumato lo strappo con la Germania che ha portato alla cancellazione delle conferenze stampa di Trump e della Merkel. In interviste ai media tedeschi, senza mai nominare il neo-Presidente, la cancelliera tedesca ha definito inaffidabile il governo statunitense a guida Trump, invocando un’Unione Europea autosufficiente anche dal punto di vista militare, mentre il nostro Donald continuava ad esigere più soldi dalla Germania per la NATO.

Insomma un vero disastro sotto ogni punto di vista, con il solo Putin a festeggiare per l’indebolimento della NATO che tanto gli dava fastidio alle frontiere e per lo strappo degli USA con i suoi alleati storici. A Parigi subito dopo il G7, Macron ha annunciato, durante una conferenza stampa congiunta con Vladimir Putin (il Grande Escluso dal G7), maggior cooperazione tra Francia e Russia contro il terrorismo.

Non so a cosa porterà l’inchiesta sul Russiagate che tante teste ha già fatto rotolare, ma non posso non notare come Donald Trump stia facendo grandi favori alla Russia, sia in termini di influenza geo-politica che militari.

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La triste storia di Jo Cox dopo il Brexit

BrexitChe tristezza ripensare a Jo Cox e il suo inutile sacrificio in nome di un’anacronistico isolazionismo. A leggere i fatti dopo il Brexit, non si può che notare come lo psicopatico ultra-nazionalista che le ha sparato in mezzo alla strada, in un Paese in cui nemmeno i poliziotti sono armati, fosse un drammatico campanello d’allarme di quanto si stava compiendo. I tabloid e i media spazzatura (televisioni incluse) che proliferano così bene nel Regno Unito davano da troppo tempo spazio e sostegno agli istinti razzisti e xenofobi della popolazione più povera dei territori del Nord dell’Inghilterra, forti del sostegno reale e dei Lord. Il potere diretto ed occulto di condizionamento della svolta populista ha alimentato odio ed esclusione  fino al punto si segnare il destino stesso del Regno.

I giovani, abituati alla prepotenza dei mezzi di comunicazione tanto da eleggere internet come mezzo principale (e spesso unico) di informazione hanno votato in stragrande maggioranza (75%) di restare in Europa, rifiutando la propaganda populista e conservatrice, ma le generazioni successive li hanno obbligati ad uscire dall’Europa dopo 40 anni di lavori di integrazione comunitaria. Un ragazzo, apparentemente sui 30 anni, intervistato dal Guardian ha sintetizzato così: ” Com’è mai possibile che un 90enne  abbia maggior peso di un giovane sulle scelte che decideranno il futuro? Noi siamo Europei, cittadini di un mondo senza più frontiere e non ci riconosciamo nell’isolamento in cui ci hanno relegato”.

Così la pensa anche la Scozia e anche l’Irlanda del Nord, che minacciano un referendum per staccarsi dal Regno Unito, chiedendo a Bruxelles di restare nella comunità europea, visto che così ha votato la stragrande maggioranza dei loro cittadini.

Che tristezza anche il sempre crescente numero (oltre i 3 milioni secondo gli ultimi rilevamenti) di firme che chiedono di ripetere il referendum, sulla base del ristretto margine  con cui è stato scelto il Brexit in base ai dati di affluenza alle urne per una decisione tanto importante. “E’ la democrazia, baby”, si potrebbe rispondere. Oramai è troppo tardi (credo) a meno di clamorose sconfessioni di quello che si vanta di essere il sistema democratico migliore al mondo. La volontà di una seconda opportunità di votare fa indubbiamente tenerezza, ma suscita anche parecchia apprensione per il pericolosissimo precedente che costituirebbe, colpendo al cuore la credibilità stessa delle consultazioni popolari future.

Tuttavia, se la metà dei cittadini di Sua Maestà piange sul latte versato e si dilania per capire come è stato possibile quanto è successo, c’è anche un’altra metà della popolazione che invece celebra il giorno dell’indipendenza (curioso il parallelo con quello degli USA che fu, appunto, indipendenza dal Regno Unito) e spocchiosamente se la prende comoda nel togliere il disturbo, interessata, come sempre,  a trarre il massimo vantaggio a scapito di tutto e di tutti i cittadini dell’Unione Europea e delle conseguenze che il Brexit avrà su di loro. C’è chi fa notare, credo a ragione alla luce dei risultati, che gli inglesi non sino mai stati europeisti convinti, non sono mai entrati nella moneta unica ed hanno sempre visto (quantomeno dalla signora Thatcher in poi) l’Unione come un’opportunità per fare affari, piazzando prodotti e servizi.

Non sarà un divorzio consensuale ha tuonato la presidenza europea, echeggiando i commenti tedeschi, facendo scattare tutti i meccanismi per contrastare i piani britannici, consci degli effetti recessivi che il Brexit porterà in eredità alla stitica economia comunitaria, ma anche colpiti dal tradimento del governo Cameron, che aveva incassato parecchi favori nel piano concordato con i leader europei proprio per scongiurare l’uscita del Regno Unito. Per noi europei sarà duro sostenere la fragilissima ripresa economica dopo tanti anni di crisi e dovremo lottare per tornare in recessione. Gli inglesi la pagheranno duramente su tanti fronti, compresa la coscienza ed il relativo consenso popolare e i confini interni, oltre all’effetto deprimente sull’economia reale e sulla credibilità finanziaria a livello globale.

I media cancellano Jo Cox dopo aver contribuito ad ucciderla e gli esperti di comunicazione cominciano ad analizzare il potere di condizionamento che hanno dimostrato di avere sulla popolazione britannica, specialmente quella più povera e meno educata. I giovani inglesi che non avevano scelto di entrare in Europa e non hanno neanche scelto di uscirne, urlano la loro rabbia e la loro frustrazione e raccolgono forme ex-post, la Scozia batte i pugni sul tavolo buono e i banchieri chiudono i forzieri.

Sarà pure la democrazia, ma è anche il sintomo pericolosissimo della decadenza in cui versa la nostra società post-industriale, che sempre più somiglia a quella del Big Brother della letteratura inglese.

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Il petrolio, la FED e la rivolta dei mercati

a1Nel tentativo di cercare di capire quello che sta succedendo nella finanza mondiale credo che l’inizio del 2016 rappresenti un caso emblematico. Il crollo degli indici in giro per il mondo a quanto pare era solo uno smaltimento (parziale, temo) della bolla scoppiata quando la Federal Reserve ha messo in pratica la tanto annunciata inversione di tendenza nella politica monetaria degli USA, alzando i tassi di interesse, fermi allo zero dal 2008.

Una moneta che costa di più (in particolare per un’economia globalizzata come quella USA) comporta una difficoltà crescente a competere sui mercati internazionali gravando di maggiori costi le esportazioni statunitensi e costi fissi più gravosi sui bilanci consolidati delle imprese. Questo riduce la capacità individuali di generare profitti, riducendo in maniera conseguente il valore delle azioni sul mercato. Wall Street ha quindi vissuto un riallineamento, riportando gli indici alla realtà.

Questo provvedimento, che in qualche maniera ha certificato la convinzione della banca centrale USA sulla solidità della ripresa della maggiore economia mondiale, è stato tuttavia adottato durante una durissima guerra senza esclusioni di colpi sul petrolio, il cui prezzo è crollato sotto i $30 al barile (nel 2014 era a $104). Il rientro dell’Iran nella comunità internazionale ha infatti aperto scenari molto diversi sulla disponibilità di olio nero sul mercato e l’Arabia Saudita (ancora il maggior produttore mondiale) non è certamente contenta. I due nemici storici, sciiti e sunniti, hanno quindi ripreso uno scontro secolare su molti terreni, compreso quello militare. Nel frattempo, gli USA hanno consolidato la propria indipendenza energetica (grazie alla famigerata tecnica di estrazione chiamata “fraking”)  in contemporanea con il rallentamento della Cina, la seconda economia mondiale. Questo, ovviamente, riduce grandemente la domanda di petrolio sul mercato. Con sempre maggior disponibilità e una domanda molto ridotta rispetto al passato, il prezzo della materia prima è crollato.

Molte aziende del settore (nella stragrande maggioranza nordamericane), già indebitate per l’avvento del fracking, che ha grandi costi di estrazione, non hanno retto e sono fallite e molte altre sono a forte rischio di fallimento se il petrolio non riuscirà a riacquistare una quotazione migliore nei prossimi mesi. Anche l’OPEC è scesa in campo cercando di favorire  un accordo generalizzato per il taglio della produzione (che per i produttori significa rinunciare a profitti significativi) che pare l’unica arma per cercare di contenere il calo del prezzo al barile.

Meno profitti e maggior costo del denaro: una bestemmia per le aziende quotate a Wall Street, abituate oramai ai soldi facili.

Il crollo dei mercati che ha caratterizzato l’inizio del 2016 è quindi stato un aggiustamento dei mercati alla nuova realtà economica globale. Un aggiustamento ruvido però, avvenuto dopo una rivolta dei mercati contro la Federal Reserve e le banche centrali in generale. Un aggiustamento che pesa parecchio sui risparmi della gente di tutto il mondo, comprese le economie che non sono ancora uscite dall’ultima crisi, come l’Italia e l’Europa in generale.

La politica della Yellen è dovuta e non oltre procrastinabile. L’economia degli Stati Uniti è sempre più il motore dell’economia mondiale e la ripresa è oramai consolidata. Continuare a regalare soldi è drogare il mercato, gonfiando Wall Street di profitti ingiustificati e sottraendo risorse federali che possono essere meglio investite sull’economia reale.  Credo che fino a primavera dovremo abituarci ad  un’altalena insopportabile (che i tecnici chiamano “volatilità”) tra minacce apocalittiche e straordinarie riprese, legate alle oscillazioni del prezzo del petrolio.

Per il momento, questa rivolta non riguarda il Presidente della Banca Centrale Europa, Mario Draghi, che ha rincuorato i mercati, promettendo maggiori elargizioni di denaro pubblico, e “tutto quello che sarà necessario”, per far uscire l’economia europea dalla crisi. Vedremo adesso, a  Marzo quello che succederà.

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Riflessioni su ISIS e la sua distruzione

ss“Follow the money trail”, segui la traccia dei soldi: così si è sempre detto in casi come quello della strage di Parigi.

Seguendo l’esercizio mi sono chiesto: “ma quante fabbriche di armi ci sono in Siria?”. Nessuna. Quindi le armi usate dall’ISIS vengono conquistate sul terreno di battaglia (comprese le defezioni di massa dei “ribelli siriani” addestrati ed armati dalle forze occidentali)  oppure vengono acquistate sul mercato nero (come nel caso delle mille guerre lorde di sangue che si sono e si stanno combattendo in Africa, così come in tutti i conflitti armati del pianeta, dall’Ucraina all’Afghanistan, visto che ufficialmente nessuna nazione è in guerra con un’altra. Neanche Israele e Palestina sono ufficialmente in guerra anche se il numero delle vittime non smette di salire.

Bisogna quindi colpire violentemente il traffico di armi e nello stesso tempo interrompere ogni finanziamento estero, mettendo da parte ogni interesse particolare. Per primo il regime di Hassad, erede al trono del lavoro del padre, che aveva creato uno stato senza debiti (con nessuno, neanche il FMI), in cui le donne hanno gli stessi diritti degli uomini, e la Sharia è considerata incostituzionale. Pendono come macigni sul suo capo le stragi perpetrate durante la cosiddetta “Primavera Araba”, compreso quella con il gas nervino contro i curdi, se non ricordo male, ma questo dovrà essere accertato dal consesso internazionale, Russia ed Iran compresi, dopo che il cancro chiamato ISIS sarà estirpato.

Colpire le fonti di finanziamento oltre che il reperimento delle armi sarebbe già sferrare un bel colpo, ma restano le capacità di autofinanziamento: essenzialmente per il petrolio di cui la Siria e il nord dell’Iraq sono ricchi. Si Stima che la vendita dei barili (sempre sul mercato nero) varrebbe circa $2 milioni al giorno.  In proporzioni molto inferiori un’altra fonte di ricavi è il mercato (nero) dell’arte di cui la Siria è ricca (ndr – per fortuna, le opere distrutte in diretta televisiva nei musei erano copie in gesso: gli originali sono a Damasco, che è ancora sotto il controllo di Hassad). La zona più importante per la produzione di petrolio è quella di Mosul, la seconda città irachena, caduta sotto il controllo del califfato lo scorso giugno. E’ quindi priorità militare la liberazione di Mosul, a cui le forze curde stanno lavorando con grande sacrificio e successo.

Liberare Mosul e riprendere subito il controllo della principale fonte interna di finanziamento e di ogni altra a seguire deve essere la priorità perché, senza più possibilità di sostenimento il califfato islamico imploderà, sotto gli attacchi militari.

Putin ha sbandierato alle TV di mezzo mondo i nominativi dei finanziatori privati dell’ISIS, inclusi quelli appartenenti a Paesi del G-20 (pensate un po’: le vittime finanziavano i carnefici…). Si ha quindi già una traccia su cui lavorare per reprimere ed interrompere i finanziamenti esteri, facendo presente a Qatar, Arabia Saudita ed Emirati che ogni supporto su questo fronte è oltremodo gradito ed atteso. Credo inoltre che un’esemplare punizione per i traditori che finanziano il nemico sarebbe dovuta quantomeno ai famigliari di tutte le vittime innocenti che questi criminali invasati hanno fatto finora.

Per il mercato nero delle armi, la situazione è (ovviamente) complessa. Armi assemblate in Pakistan o in Afghanistan, perfette copie degli originali possono costare molto meno, ma c’è da scommettere che le grandi multinazionali del settore abbiano fatto e stiano facendo affari d’oro con i loro prodotti per la guerra e la logistica e bisogna essere chiari nel far capire che la loro collaborazione è quantomeno altrettanto attesa e gradita in un momento in cui… si cerca di distruggere un loro cliente.

Tagliare le fonti di finanziamento estero e interrompere il flusso di armamenti sono passi vitali per una vittoria militare.

Gli USA e la Russia però ancora non si parlano in Siria mentre continuano a tirare bombe dall’aria e dal mare sul nord del paese occupato dal califfato (anche se trapela qualche segnale di disgelo), mentre la Francia informa preventivamente entrambi quando va a sganciare le sue. Sembra che adesso non ci si sbagli più a bombardare i ribelli siriani invece dell’ISIS o che si mandino rifornimenti alla fazione sbagliata. Si sta formando una coalizione internazionale, che mi auguro sia globale, per annientare un nemico che ha dimostrato un disprezzo inumano per la vita.

Se questo avverrà, ISIS non avrà scampo, ma ci rimarrà comunque il disgusto per il razzismo ideologico e religioso di quanto sentito in questi giorni, da parte di tutti coloro che spingono ad una guerra di religione, nella loro ottusa follia, diffondendo paura, facendo il gioco dei terroristi.

I “foreign fighters” che tornano in Europa per spargere morte e dolore tra la gente dove sono  nati e vissuti sono “anime morte”, come le ha definite il marito di una delle vittime di Parigi, con cui ci dovremo confrontare, snidandoli con l’aiuto delle comunità islamiche in Europa e non facendo una guerra santa contro i mussulmani come vorrebbe il nemico. Questo lo capisce anche un bambino, ma forse a Belpietro e a tanti razzisti in Italia e nel mondo bisognerebbe spiegarglielo.

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Riflessioni sull’economia mondiale

1E’ pericoloso parlare di economia in questi giorni caratterizzati dall’isteria collettiva e dalla consequente volatilità globale.

La crisi del secondo motore dell’economia mondiale, la Cina che è ancora basata sulla produzione industriale del Paese anche se in graduale apertura incondizionata ai mercati  è sicuramente una cattiva notizia per il mondo che contava sull’imponente volume d’affari, in vertiginosa crescita negli ultimi dieci anni, ma non era inattesa, anche se rivelata a sorpresa dalla clamorosa svalutazione della moneta cinese prima che i dati sulla produzione industriale cinese affossassero i mercati mondiali, dando inizio ad una “correzione” dolorosissima che sembra continuare oramai oltre le due settimane. Pechino oltretutto si sta ancora affacciando alla finanza mondiale e flirta da tempo con il Fondo Monetario Internazionale (FMI) per un posto nel paniere delle monete di riferimento. In cambio sono state richieste riforme (o “misure correttive” come le ha definite Pechino) per garantire una sempre maggiore liberalizzazione degli scambi finanziari e quando la svalutazione dello yuan è stata annunciata, l’istituto di Christine Lagarde è stato esplicito nelle sue congratulazioni, mentre i mercati si schiantavano per la prima volta l’11 agosto.

Gli Stati Uniti, che crescono addirittura al di la delle previsioni e sono riusciti a portare il tasso di disoccupazione a livelli endemici sul mercato, sono l’unica economia reale in grado di reggere il peso dei mercati mondiali, seguiti a ruota dall’Europa che tuttavia non ha ancora consolidato la sua agognata ripresa dall’ultima crisi. ll problema tuttavia è che il valore della moneta americana non rispetta la situazione reale ed ha un quotazione troppo bassa rispetto a quanto dovrebbe essere per una valuta che rappresenta un’economia florida come quella USA, in un contesto deprimente come quello del resto del pianeta. Si è fatti di tutto per mantenere il dollaro il più basso possibile per rilanciare l’economia, immettendo grandi quantitativi di denaro sul mercato e i progressi sono evidenti, visto lo stato di salute dell’economia USA. Tuttavia, la Federal Reserve ha cautamente ventilato l’intenzione di alzare il tasso d’interesse, per la prima volta da dieci anni, a partire proprio dal mese di Settembre e questo porterà a scoprire le carte per un economia che non potrà più contare sulle facilitazioni della banca centrale: sarà in grado di reggersi da sola?

Anche questo però è un fatto noto: è più di un anno che la FED ne parla, prima come ipotesi, poi come dato di fatto e ancora adesso si dibatte sul quando fare l’intervento dovuto ed io mi auguro che non sia procrastinato troppo. Altro che soldi facili: è così che crescono le bolle speculative e sappiamo tutti i danni che queste comportano. Tuttavia sono molti quelli che strillano le proprie angosce, per paura che l’intervento faccia decrescere ancora il valore delle azioni in un mercato già in grande sofferenza, ma non sono pochi quelli che credono o sperano che questo sia già un ri-aggiustamento del mercato al nuovo valore, anticipando l’aumento dei tassi di settembre o dei mesi successivi, prima della fine del 2015.

La crisi cinese ha toccato il fondo? La FED alzerà i tassi di interesse? Non si possono avere certezze in questo mercato che apre ancora solo per dare spettacolo, visto che le contrattazioni vanno avanti oramai 24 ore al giorno in maniera assolutamente automatizzata. Il dato di fatto è che mondo crescerà molto più lentamente (e forse non è una cosa negativa, per molti aspetti) e l’unica nazione che ha avuto la fortuna di avere una guida lungimirante e ispirata nell’affrontare la Grande Depressione del 2008 sembra destinata a prendere ancora una volta per mano il pianeta. Viste le alternative, mi auguro che lo faccia con decisione e rispetto.

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L’esodo biblico dei migranti in tutto il mondo

1“Beati i monocoli nella terra dei ciechi”. Così, forse, commenteranno in futuro i nostri pronipoti quando parleranno degli esodi biblici che caratterizzano il mondo (eh già, non solo l’Italia, ditelo a Salvini) in questo contingente storico.

Il fenomeno è drammatico: milioni di persone si spostano dal suolo natio alla ricerca di una terra promessa che spesso non trovano, perché, se riescono a sopravvivere, vengono respinti o rinchiusi in lager inaccettabili; solo i più fortunati riescono ad arrivare alla meta, accettando i lavori più umili per sopravvivere, accettando il razzismo che circonda chi è diverso. Una vignetta di qualche tempo fa raffigurava una profuga bambina che, a chi le chiedeva “Come mai accettate di fare questo? Non lo sapete che probabilmente incontrerete la morte?”, rispondeva: “Per quel “probabilmente”, lasciando intendere il livello inumano di disperazione che permea il fenomeno.

In Sud Africa, Paese tra i più colpiti dalle migrazioni, vi sono quasi 2.5 milioni di profughi, e cioè il 4,5% dell’intera popolazione (come se in Italia ci fossero 2.5 milioni di profughi invece dei 900,000 accertati) e scontri violentissimi si sono verificati a più riprese. Negli USA il fenomeno è talmente (e storicamente) evidente da indurre qualche idiota (ndr – Donal Trump) a ipotizzare un muro che isoli il Paese dal Messico e dagli altri Paesi del Centro America, mentre in Iran la popolazione dei rifugiati dall’Afghanistan supera abbondantemente il milione e mezzo di persone.

In termini di popolazione netta di migranti (calcolata dalla World Bank sul numero totale, meno gli emigranti e meno la popolazione anagraficamente accertata) numeri cambiano e il Sud Africa vede un decremento di centomila persone (pensate a quanti se ne vanno…),  gli USA superano i 5 milioni di persone, il Canada raggiunge il milione, mentre dalla Cina se ne vanno oltre un milione e mezzo di persone in più di quante arrivino. In Europa, la Germania ospita più di 500,000 migranti, la Francia 650,000 e la nostra Italia quasi 900,000.

E’ un fenomeno globale impressionante che non potrà che aggravarsi nei prossimi anni. Come il degrado del pianeta che desta (finalmente) la preoccupazione di tutto il mondo, il fenomeno legato all’esodo biblico delle popolazioni che fuggono dalla povertà più assoluta, dalla guerra e dalle repressioni politiche e religiose è un vero pericolo per la stabilità della nostra società e di quelle future.

Per evitarmi i conati di vomito che mi provocano, evito di parlare del bieco e schifoso razzismo che il fenomeno genera dappertutto, quando le popolazioni più ricche si trovano alla porta l’orda inarrestabile, ma non posso che esprimere il ribrezzo che gente come Trump, i nazisti tedeschi e i nostri miserabili padani mi provocano. Visto che mi trovo a parlare di persone spregevoli,  credo che i criminali che se ne approfittano, come gli “scafisti” debbano essere puniti in maniera esemplare per il genocidio che provocano per profitto (visto che Saddam lo abbiamo giustiziato per questo un pensierino alla pena capitale per questa categoria non lo f nessuno?) così come quelli che lo fanno a fini elettorali dovrebbero essere estromessi da qualsiasi ruolo pubblico.

L’unica maniera per affrontare il problema è intervenire sulle disparità che esistono tra il terzo (e quarto) mondo e gli altri, sviluppando le economie più deboli attraverso interventi prospettici mirati e concertati e combattere l’unica guerra giusta: quella alla fame, che ancora oggi, nel pieno della nostra avanzatissima società tecnologica, uccide ogni giorno oltre 40,000 persone, di cui il 75% bambini al di sotto dei cinque anni d’età. In termini assoluti, si calcola che circa 800 milioni di persone nel mondo soffrano per fame e malnutrizione. Spesso, le popolazioni più povere necessitano di minime risorse per riuscire a coltivare sufficienti prodotti commestibili e diventare autosufficienti. Queste risorse possono essere: semi di buona qualità, attrezzi agricoli appropriati e l’accesso all’acqua. Minimi miglioramenti delle tecniche agricole e dei sistemi di conservazione dei cibi apporterebbero ulteriore aiuto, così come l’istruzione, visto che è comprovato che persone istruite riescono più facilmente ad uscire dal ciclo di povertà che causa la fame. Per questo, ad esempio, la distruzione sistematica dei prodotti alimentari occidentali che Putin ha ordinato come rappresaglia contro l’embargo internazionale causato dalla crisi ucraina è uno schiaffo inaccettabile contro la fame nel mondo.

Fino a che ignoreremo questo, non avremo il diritto di parola quando i nostri nipoti studieranno sui libri di storia quanto sta succedendo.

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Dopo di Obama il diluvio?

1Il dopo Obama sembra sempre più incerto per gli USA. S0no lontani i tempi degli stadi stracolmi di gente per ascoltare i discorsi ispirati dell’allora senatore dell’Illinois che facevano sognare, spingendo al voto le comunità afro-americane e latine e accendendo nuovi entusiasmi tra i giovani.

E’ vero che manca ancora un anno alle elezioni e un nuovo cavallo può ancora presentarsi, ma sarebbe costretto a correre una corsa partendo in ritardo rispetto agli altri contendenti al posto di guida della superpotenza globale. Negli ultimi giorni si parla di Joe Biden, il vice di Obama, l’uomo del trattato con l’Iran e francamente mi auguro vivamente che sia vero, che riescano a convincerlo, visto la tristissima pochezza dei candidati ufficiali in entrambi gli schieramenti.

Diamo uno sguardo, cominciando dai Repubblicani, gli sfidanti, che presentano una truppa variegata e variopinta ai nastri di partenza con 17 pretendenti al titolo. Tra questi, Jeb Bush, l’ennesimo rampollo della dinastia, fratello di quel George W. Bush che tanto imbarazzo provoca ancora oggi per i danni provocati assieme al suo vice Dick Cheney in tutto il mondo e non solo negli USA durante i suoi due disastrosi mandati presidenziali. Jeb parrebbe essere il fratello più intelligente, ma come ha rimarcato un noto commentatore satirico, “si parla di intelligenza in termini della famiglia Bush, quindi niente di che”. Jeb Bush era il Governatore della Florida al tempo dello storico ricalcolo-truffa dei voti di quello stato che portò un giudice ad insediare il fratello George come Presidente per il secondo mandato. Dato per vincente predestinato all’inizio della campagna elettorale, Jeb sta invece miseramente affondando a causa di un carattere apparentemente remissivo e timido, una serie infinita di gaffe (deve essere nel DNA di quella famiglia) e la presenza in campo di Donald Trump: i sondaggi non lo danno più neanche tra i primi tre (per fortuna).

La vera sorpresa è stato appunto Donald Trump, il multimiliardario (per eredità da parte del padre) di New York. Tronfio, spocchioso, aggressivo, razzista, viziato e decisamente scarso anche sugli argomenti più semplici, ha rivelato solo un punto del suo programma: la costruzione di un muro tra gli USA e il Messico per impedire ai messicani di “rubarci il lavoro e stuprare le nostre donne”. Visto il livello di cazzate che il signor Trump riesce ad inanellare ad ogni sua uscita, era dato come immediato perdente, ma lui è troppo ricco e sta investendo una quantità impressionante di denaro sulla sua elezione, al punto da sostenere che se non vincesse le primarie per il Partito Repubblicano, sarebbe pronto a fondarne uno nuovo e correre per conto suo (vi ricorda qualcuno?). Insomma Donald vuole talmente tanto essere il Presidente degli USA al punto di… comprarsi il posto. Dopo aver offeso i messicani trattandoli da ladri e stupratori, è stato il turno delle donne quando rispondendo ad una domanda di una giornalista in diretta televisiva ha detto chiesi vedeva come le uscisse sangue dagli occhi e dalla sua “cosina” e poi i cinesi che dovrebbero essere puniti con l’isolamento per la crisi finanziaria che hanno provocato, i neri che non vogliono lavorare e spacciano droga e via discorrendo. Dopo queste sparate si diceva che nessuno avrebbe votato per lui, tantomeno le categorie/etnie che aveva offeso, ma il potere dei soldi è forte, sopratutto qui negli USA e i sondaggi lo danno saldamente in testa con il 30% delle preferenze, nella pletora di candidati repubblicani. Il termine imbarazzante trova con questo ignobile personaggio nuove definizioni, facendo sembrare George Bush (e il nostro Caimano nazionale) come un genio. L’unico che ne potrebbe trarre ispirazione è forse Salvini, se qualcuno gli spiega cosa dice ed il solo pensiero di aver Donald Trump nella stanza dei bottoni, fa raggelare il sangue.

Chi gli tiene (un po’) testa è Ben Carson, un neurochirurgo afro-americano in pensione, originario della Carolina del Sud che fa della critica al Presidente Obama (in particolare sulla riforma sanitaria, ovviamente) e della sua posizione di outsider anti-establishment i suoi punti di forza. Tra gli altri (che evito di elencare perché sono veramente tanti, tra Cristiani-risorti, neo-conservatori seguaci di Dick Cheney e Sarah Palin, ultra ortodossi e fascisti), vale la pena nominare la signora Carly Fiorina, ex Amministratore Delegato della Hewlett-Packard, che almeno parla bene in pubblico, antagonizzando con Hillary Clinton ad ogni occasione e invocando una maggiore presenza militare americana nel mondo per garantire la sicurezza interna (!).

Dall’altro schieramento, Hillary Clinton, data anche questa volta come sicura vincente dopo la cocente delusione subita con Obama, invece annaspa tra mille scandaletti (roba da niente per noi italiani, come l’aver usato un server privato per mandare le sue mail quando era Segretario di Stato dell’amministrazione Obama, che invece qui prendono seriamente) e non è amata per il suo fare dispotico e il falso sorriso che sfoggia in televisione. Tuttavia, al contrario dei suoi compatrioti repubblicani, parla di cose vere: cambiamento climatico, riforma delle pensioni, politica estera, ecc., spalleggiata dal suo Bill e dalla fondazione Clinton, una vera e propria macchina da guerra che hanno creato per raccogliere i fondi. Tuttavia agli stessi democratici Hillary non piace proprio e tutti i sondaggi la danno testa a testa con la vera sorpresa (finora) della campagna elettorale: Bernie Sanders. Socialista (udite udite! si è definito lui stesso un “socialist Democrat”), senatore della Repubblica, è il paladino della sinistra e vicino alle posizioni di Obama. I suoi punti sono le diseguaglianze (drammatiche) tra ricchi e poveri negli USA, il salario minimo, l’ambiente, i debiti che le famiglie sono costrette a fare per pagare il college ai figli, ecc. Deve combattere contro gli stessi democratici, che alla parola socialismo si irrigidiscono (quasi) come i colleghi repubblicani, ma raccoglie valanghe di consensi nel Nord-Est del Paese (il nodo per lui saranno stati del Sud Ovest), al punto da essere a pari con la Clinton in tutti i sondaggi, con un deciso vantaggio nelle aree metropolitane come New York.  L’incertezza sul candidato che potrà raccogliere la bandiera democratica da Obama, sta però convincendo l’attuale Vice Presidente, Joe Biden a scendere in campo e personalmente mi auguro che lo faccia al più presto perché, anche se Bernie Sanders sarebbe un’altra svolta epocale per gli USA dopo il doppio mandato Obama, temo che si scontrerebbe con i fantasmi del passato maccartista favorendo uno qualsiasi del terribile raggruppamento repubblicano. Joel Biden è l’uomo del trattato con l’Iran sul nucleare e conosce perfettamente l’indirizzo seguito dagli Stati Uniti fino ad oggi e potrebbe dare la necessaria continuità con quanto fatto fino ad oggi dal Presidente Obama.

In questi due mandati, Barack Hussein Obama, ha dimostrato di mantenere la sua parola, facendo riforme considerate impossibili, come quella sanitaria che garantisce a tutti, anche ai totalmente indigenti, le cure del sistema sanitario americano, quella sull’immigrazione, sui salari minimi, sulla parità di diritto per le coppie omosessuali e la riforma di Wall Street. Non è intervenuto in nessun conflitto o generato guerre, ha stretto uno storico accordo con l’Iran sul nucleare ed ha messo fine all’odioso embargo a Cuba. Avere qualcuno che sia capace di continuare in questa direzione sarebbe un bene per l’umanità intera e non sol0 per gli USA.

 

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Signori, la nuova crisi è servita (ovvero: il crack dei mercati spiegato ai non addetti ai lavori)

1Quanto mi da fastidio aver avuto ragione!

Il 12 agosto ho scritto sulla svalutazione della moneta cinese, decisa a tavolino dal Partito Unico e annunciata a sorpresa, con il solo FMI ad applaudire in nome di una libertà di fluttuazione che Pechino non sa neanche cosa sia. Si sentiva una puzza insopportabile, ma i giorni successivi alla batosta subita dai mercati era seguito un timido recupero che mi aveva fato sperare. I miei timori erano invece (purtroppo) fondatissimi: signori ecco a voi il crack del mercato globale.

Sfido qualsiasi economista a spiegarlo. E’ sufficiente il rallentamento (le previsioni per l’economia cinese, ora riviste al ribasso sono pur sempre di una crescita del 7%) della seconda economia più grande al mondo per giustificare il doloroso tracollo che i risparmiatori e gli investitori di tutto ill mondo hanno subìto? E’ forse uno strano segnale di mancanza di fiducia nell’economia USA che tira come un treno, sia in termini di produzione, di consumi che di tasso di disoccupazione, tanto da indurre la FED a rialzare i tassi di interesse entro il 2015? E’ forse il prezzo del petrolio che è ai suoi minimi termini, vista la sovrabbondante offerta sui mercati dopo lo sviluppo del cosiddetto “fracking” (la tecnica di estrazione dell’olio nero dalle rocce, che ha portato gli USA all’indipendenza energetica nonostante l’altissimo prezzo in termini di inquinamento delle falde acquifere in California)? Sono mesi che quelle che Enrico Mattei definì le “sette sorelle” e cioè i produttori di petrolio, in maggioranza statunitensi, strillano contro un dollaro forte mentre il prezzo della materia prima cala, anche a causa delle scelte fatte in passato e non mi stupirei affatto se questi “signori” avessero avuto un ruolo nella catastrofe economica mondiale. Per loro il profitto viene prima di tutto, anche del futuro del pianeta stesso, ma non ci sono prove che l’ondata di panico che ha investito tutti i mercati mondiali possa essere stata spalleggiata da costoro. In ogni caso, anche se l’impressionante tsunami di vendite fosse derivato da una combinazione di tutti questi fattori, (con l’aggiunta della caduta delle economie emergenti – Brasile e India in testa – che si dibattono nella recessione), una crack come quello che stiamo vivendo non potrebbe essere giustificato.

In banca, in California, dove vivo, ripetono il briefing ricevuto dalla sede centrale: sono sei anni che la borsa USA produce profitti, (non come in Italia dove perdere è oramai un esercizio di routine); è quindi un doloroso “aggiustamento del mercato”, alla ricerca di una valutazione delle azioni quotate più aderente alla realtà.  Se così fosse, sarebbe una versione extra-large di un evento ciclico che una volta toccato il fondo riporterà la situazione alla “normalità”, anche se parlare di normalità mi sembra davvero strano, perché tutto quello che sta succedendo non ha proprio niente di normale.

Vorrei tuttavia porre una domanda, dando per vera la spiegazione legata all’aggiustamento dei mercati: visto che tutto parrebbe aver avuto inizio con la politica dirigista della Cina, questo aggiustamento planetario sarebbe quindi successo comunque? Proprio adesso che la FED si appresta(va?) ad alzare i tassi di interesse dopo 10 anni di aiuti all’economia, certificandone ufficialmente l’eccellente stato di salute, il mercato USA crolla come tutti gli altri, che al contrario sono nei guai.  Questo, per quanto posso capire, significa che il mercato USA ha paura dell’azione combinata di un rallentamento globale (vedi Cina) con una drastica diminuzione degli ordini e dei prezzi delle materie prime (petrolio in testa) e l’aumento del prezzo del dollaro annunciato dalla FED. Capite? L’economia va benissimo, la disoccupazione è scesa an un livello considerato quasi endemico nel capitalismo con oltre 3 milioni di nuovi posti di lavoro  creati dall’inizio dell’anno, con stipendi in crescita del 2.4%, il settore immobiliare cresce al 5%, l’economia reale cresce del 2.5% ed il basso prezzo del petrolio dovrebbe portare benefici allo sviluppo industriale e dei servizi (a prescindere dai profili dei Signori dell’Olio Nero), ma il mercato USA crolla (oggi ha perso di nuovo il 3.6%) perché nel mondo le cose non vanno altrettanto bene! Pazzesco.

Ma non abbiamo imparato niente dalle crisi precedenti? Non esistono strumenti finanziari per controbattere gli eventi? Perché la Banca Popolare Cinese non diminuisce le riserve strategiche a cui sono obbligate le banche cinesi, immettendo così nuova abbondante liquidità (di cui la Cina ha un eccesso) e consentendo di investire sul mercato, oltretutto a prezzi oramai molto più bassi?

La triste realtà è che viviamo in una società globalizzata (che fa spesso rima con “sodomizzata”) in cui gli interessi degli USA sono predominanti in ogni settore, ma non sono necessariamente legati all’andamento del Paese, anzi. Le multinazionali americane fanno profitti dappertutto, legate come in una ragnatela globale alle economie locali che, se sono grosse come la Cina, fanno molto male quando cadono. Così basta uno starnuto da qualche parte nel globo che Wall Street soffre, costringendo la gente che non ha alternative per investire i propri risparmi a tifare per sempre maggiori profitti per chi è già ricchissimo, pena la catastrofe finanziaria globale. Così anche il valore del dollaro crolla, nonostante rappresenti l’unica economia mondiale che tira come un treno, e gli investitori non cercano più il biglietto verde come rifugio davanti al baratro, ma preferiscono il traballante euro, caricandolo sempre più e costringendo l’intera Unione Europea ad una competizione impari con prodotti costosi rispetto a quelli a stelle e strisce.

E chissenefrega della gente e dei loro risparmi, ma così il capitalismo (o l’odierna aberrante deviazione dello stesso) muore.

 

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La Cina, gli USA e la ripresa economica mondiale

1Fa rabbia perché accade all’inizio di una ripresa globale dalla grande crisi del 2008.

In Europa le economie più importanti traballano ancora, ma sono chi più e chi meno in ripresa economica, anche se sono tante quelle che soffrono. Atene docet. Per fortuna ha costretto a fare un po’ di pulizia e a tagliare i costi, ma i danni sociali di questa crisi finanziaria saranno calcolabili solo quando si avrà la certezza che sia passata, anche se sono in realtà inestimabili. A partire dalla disoccupazione e dalla povertà che ha generato. Ci vorranno ancora molti anni per tornare a livelli di occupazione decenti e quindi far ripartire davvero l’economia, non solo in Italia, ma in tutta l’Europa.

Negli USA, dopo ho il piacere di vivere, il tasso di disoccupazione, 5% stando ai dati della FED, è a un passo dal traguardo che  gli esperti chiamano “livello endemico” e cioè quasi un rumore di fondo nella piena occupazione. Un miraggio, per noi in Italia. Qui l’economia va a gonfie vele sotto tutti i punti di vista, tanto da far prevedere un rialzo dei tassi d’interesse dal prossimo mese di settembre. In teoria, l’aumento del prezzo del denaro, fermo praticamente a zero da anni, dovrebbe portare ad un aumento del valore della moneta e un dollaro forte non è sicuramente un’agevolazione in un’economia globalizzata, ma è assolutamente necessario per il conto economico dello Stato, visto che l’economia sembra ampiamente risanata. Si aspettano i dati di settembre ed in particolare quelli sull’occupazione e sull’andamento dei salari per poter finalmente effettuare l’aumento dei tassi.

Come gli altri mercati emergenti, la Cina non ha rispettato le attese di crescita sproporzionata che avevano caratterizzato gli anni scorsi, anche se l’economia continua a crescere (quest’anno ci si aspetta una crescita “solo” del 7%), così come il peso specifico della sua economia, la seconda al mondo dopo gli Stati Uniti d’America. Da tempo flirta con il Fondo Monetario Internazionale a cui ha chiesto un posto nel paniere di valute di riferimento, un posto nel salotto buono della banca mondiale. Non c’è da stupirsi: l’abbiamo fatto anche noi con l’euro, peraltro riuscendoci.  Gli viene chiesta una maggiore flessibilità nella libera fluttuazione dello yuan sui mercati e la Cina, improvvisamente svaluta la propria moneta non una, ma due volte (e chissà per quante altre) nei confronti del dollaro. In Cina infatti si opera in una situazione di semi-libertà anche nel campo finanziario e la Banca Popolare Cinese pubblica ogni giorno la forcella di oscillazione consentita al contrario della libera fluttuazione a cui gli altri mercati (USA in testa) fanno riferimento. La svalutazione “a tappe” è stata quindi pianificata e messa in pratica per favorire le esportazioni dei prodotti cinesi, come ufficialmente dichiarato, ma se così fosse se ne dedurrebbe che altre svalutazioni saranno necessarie per avere un benché minimo impatto: altro che il 2% iniziale e il successivo 1.6%! Forse il 10% potrebbe avere un effetto, stando agli esperti in materia. La verità è che con una crescita inferiore a quella spaventosa degli scorsi anni, molte aziende cinesi traballano e un’eventuale perdita massiccia  di posti di lavoro potrebbe generare disordine nella società costruita dal Comitato Centrale del partito unico cinese. Una moneta più debole fa contento il FMI, agevolando la positiva riuscita dell’impegno diplomatico per l’acceso al salotto buono della finanza e aiuta la competitività delle imprese. Ai danni del dollaro USA e della ripresa globale dopo la crisi del 2008 o in aiuto alle potentissime lobby USA (con i pericolosissimi produttori di petrolio in testa, gli stessi che hanno ottenuto la guerra in Iraq) che vorrebbero un biglietto verde più debole per competere meglio e sopratutto per guadagnare sempre di più?

Dagli Stati Uniti strillano per l’intervento a gamba tesa e tutti i media statunitensi, nei ritagli di spazio lasciati dai commenti sulle estenuanti esternazioni quotidiane di Donald Trump, parlano di scorrettezza cinese contro la libera competizione internazionale, anticipando come l’incontro bilaterale del premier cinese con Obama, a settembre, assuma caratteristiche sempre più importanti per il futuro. La sorpresa è stata grande e la reazione immediata dei mercati è stata caratterizzata dal panico, con gli indici di tutto il mondo in profondo rosso. Troppe le implicazioni della doppia svalutazione; dalle materie prime, già deboli per la traballante economia mondiale, al conto economico dello Stato Americano, alla sostanziosa perdita di valore di aziende come Apple, che hanno puntato grosso sulla Cina. La paura di una rinnovata instabilità ha infine colpito anche la valuta USA che, invece di essere sempre più forte, ha perso valore nei confronti dell’euro, visto da molti investitori come temporaneo rifugio, in attesa che la calura estiva lasci il posto a volumi di scambio normali sui mercati e la FED metta in pratica l’annunciato rialzo dei tassi nel mese di settembre.

Nei prossimi giorni le altre puntate, ma si sente distintamente il fetore di una crisi già vissuta, che si credeva passata.

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Il nuovo Medio Evo

1Dopo la caduta delle ideologie, che hanno indubbiamente avuto effetti a volte devastanti, ma hanno avuto il merito di fare dei princìpi sociali il centro dell’evoluzione civile, credo si stia vivendo adesso un inevitabile nuovo Medio Evo.

Il vuoto lasciato dal pensiero ideologico è grande; è’ una voragine che si tenta di riempire con il mercato, il consumismo, seguendo un modello economico che offre sempre minori garanzie alla gente, creando incertezza sul futuro e ostacolando il pari accesso alle opportunità di sviluppo. Domina infatti da tanti, troppi anni una visione di convivenza sociale incentrata esclusivamente sul profitto.

Questo è un modello di società che funziona in maniera esagerata per il 6% della popolazione mondiale, che si divide il 50% delle risorse, lasciando al restante 94% della gente di sbranarsi per quel che rimane. Raramente nella storia si è vista maggiore disparità tra la qualità di vita delle persone: sia in senso geografico, guardando all’Africa tutta e a tante parti dell’Asia e del Sudamerica, che in senso sociale, con l’emarginazione e la povertà che si espandono a ritmi vertiginosi, dalle bidonville delle megalopoli del Terzo Mondo alle gelide strade di New York.

Il paragone con il Medio Evo mi appare quindi appropriato. Il regnante medievale era il padrone assoluto. Possedeva e quindi disponeva della terra, con tutto il lavoro e i frutti che ne derivavano. Vassalli, valvassori, signori e aristocratici in generale lo aiutavano in cambio dei suoi favori  lasciando il minimo per sopravvivere al resto della gente.

Per mantenere l’ordine si avvaleva di un esercito ben armato e spesso brutale che, quando non era impegnato al fronte, era usato per scopi civili.

La gente viveva una vita difficile, nella paura e nell’incertezza. Recentemente la famigerata scuola liberista di Chicago, ha teorizzato il ridurre la gente allo stato di paura e incertezza come una pratica utile alla produzione di legge di restrizione delle libertà civili e dei diritti acquisiti, perché nelle condizioni di stress la gente tende ad accettare cose che non accetterebbe mai altrimenti.

Certamente la quotidianità di oggi è immensamente più facile, grazie alla scienza ed alle sue applicazioni tecnologiche. Mangiamo meglio e viviamo di più e abbiamo accesso al sapere universale grazie a internet, ma questo è il miracolo della scienza, il frutto della nostra mente straordinaria e niente ha a che vedere con il modello sociale in cui viviamo.

Scendendo nel dettaglio, mi domando come possa essere accettabile giudicare il livello di vita in base al Prodotto Interno Lordo, che è semmai il livello di produzione di ricchezza, ma non tiene in considerazione cose fondamentali come il livello e la qualità dell’istruzione delle nuove generazioni, la puntualità della giustizia, la qualità delle cure mediche disponibili. L’indice sul prodotto interno lordo avrebbe una valenza solo se includesse misurazioni su questi punti e molte altre come il differenziale nella ridistribuzione delle ricchezze disponibili.

Il sistema finanziario globale è d’altronde totalmente scollegato dalla realtà produttiva e dalla gente. Impegnati a vendere il futuro profitto, guadagnando cifre da capogiro attraverso perversi meccanismi che in pochi capiscono davvero, cambiando il destino di intere popolazioni nel nome di qualche punto percentuale sulle valute, i nostri banchieri giocano un gioco degno dei migliori alchimisti, capaci di trasformare il piombo in oro, ma solo per il loro padrone e certamente non per il benessere della popolazione.

Senza scendere a compromessi con le teorie complottiste o il Nuovo Ordine Mondiale del Club Bilderberg, chiamate il nostro tempo come volete: un’oligarchia post-democratica o un nuovo Medio Evo, ma temo che sarà una lunga era buia per la stragrande maggioranza della gente. Essendo un inguaribile ottimista, mi auguro ci porti ad un nuovo Rinascimento o comunque verso un futuro migliore, anche se mi rendo conto che questo dipenderà da chi, prima o poi, riuscirà a riempire il vuoto lasciato dalle ideologie.

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Lottare per l’emergenza Pompei

bOttimo risultato quello raggiunto da Riparte il Futuro, l’iniziativa di Libera e Gruppo Abele, che ha ottenuto l’audizione del generale Giovanni Nistri, nominato per gestire l’emergenza Pompei, alla commissione Beni Culturali del Senato. E’ un dovere rendere pubblico quanto si sta facendo per salvare Pompei e vigilare passo dopo passo sulla Road Map per il salvataggio.

Mentre Pompei si sta letteralmente sbriciolando, inefficienze, malaffare e corruzione, incapacità di spendere le risorse disponibili sono infatti rischi concreti, visto quanto c’è voluto per semplicemente venire a conoscenza di quanto si stia facendo. Bisogna invece reagire e salvare davvero Pompei, puntando sulla trasparenza, la qualità e la legalità.

Nella relazione del generale Nistri ci sono sia l’analisi puntuale dei problemi da risolvere sia le risposte possibili. Vengono denunciati gli intrecci societari che finiscono per avvantaggiare i “soliti noti” e i rischi d’infiltrazione della criminalità organizzata, ma si propone anche la piena trasparenza e la piena accessibilità dei cittadini a tutti i dati e le informazioni disponibili, attivando così un vero e proprio monitoraggio civico come già previsto dal progetto Open Pompei.

Patrimonio dell’umanità per l’UNESCO sin dal 1997, nei primi dieci anni del nuovo millennio Pompei richiama oltre due milioni di turisti all’anno (dati Soprintendenza della Repubblica) e nel 2013 è il secondo sito italiano per numero di visitatori con un guadagno lordo totale di €20.337.340,30(dati Ministero Beni Culturali).Tutti sappiamo quanto Pompei abbia potenzialità di attrazione di pubblico e di investimenti di molto superiori se gestita in maniera organizzata oltre che onesta, ma bisogna fare in fretta.

Dopo numerose denunce dello stato di degrado dell’area nei mesi precedenti, nel 2010 la Casa dei Gladiatori subisce un gravissimo crollo probabilmente a causa di infiltrazioni di acqua e il  Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano dichiara: “Quello che è accaduto a Pompei dobbiamo, tutti, sentirlo come una vergogna per l’Italia. Chi ha da dare delle spiegazioni non si sottragga al dovere di darle al più presto e senza ipocrisie». (articolo su Corriere.it) L’Unione europea stanzia un finanziamento per far fronte al pericolo di crolli, dando formalmente il via al Grande Progetto Pompei che avrebbe dovuto riqualificare tutta l’area a partire dai mesi successivi.

Non succede invece niente se non le dimissioni del tenero Biondi, ma, nel febbraio 2013 alcune persone coinvolte negli appalti della ristrutturazione vengono indagate dalla Guardia di Finanza per corruzione, frode, abuso d’ufficio e truffa nell’affidamento e nella gestione di alcuni contratti sui lavori di messa in sicurezza eseguiti a Pompei. (articolo su La Stampa)

Nel marzo del 2014 si verificano tre crolli in meno di 24 ore. ”Occorre un piano di interventi straordinario che metta in sicurezza l’intera area perché se questi terreni non hanno un drenaggio forte delle acque piovane è chiaro che Pompei è destinata a crollare per intero”, è l’allarme lanciato dal presidente della commissione nazionale italiana per l’Unesco Giovanni Puglisi.(Ansa.it)

Nel giugno 2014 si verificano altri due cedimenti strutturali in una bottega nel Regio VIII.

L’emergenza è ancora in corso, ma almeno adesso, per merito di Libera, non ci sarà più il silenzio.

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La poesia anti intolleranza di Charb

Dipingi un Maometto glorioso, e muori.
Disegna un Maometto divertente, e muori.
Scarabocchia un Maometto ignobile, e muori.
Gira un film di merda su Maometto, e muori.
Resisti al terrorismo religioso, e muori.
Lecca il culo agli integralisti, e muori.
Prendi un oscurantista per un coglione, e muori.
Cerca di discutere con un oscurantista, e muori.
Non c’è niente da negoziare con i fascisti.
La libertà di ridere senza alcun ritegno la legge ce la dà già,
la violenza sistematica degli estremisti ce la rinnova.

Grazie, banda di imbecilli.

Charb (direttore di Charlie Hebdo) 

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QUANTO PUZZA PARIGI…

1La strage di Parigi è di per se una tragedia e lo è ancora di più perché vi sono rimasti assassinati dei disegnatori satirici, proseliti di un’arte antichissima per commentare la società, che attraverso lo sberleffo stigmatizza la storia, racconta la vita di noi tutti, attribuendo potenza al ridicolo.

Il Re è nudo!

Voilà.

Lo facevano a 360 gradi, senza guardare un faccia a nessuno, neanche a Dio, ma non voglio entrare in questo spigoloso aspetto della libertà. Che valga la frase attribuita a Voltaire: “non condivido quello che dici, ma difenderò fino alla morte per il tuo diritto a dirlo”.

E’ stata una strage: 12 persone trucidate con ancora la matita fumante in mano, mentre erano in riunione di redazione per stabilire le cose da fare, gli argomenti da trattare. Erano tutti li e non è stato un caso che gli esecutori della strage abbiano scelto proprio quel momento. E’ così che hanno potuto uccidere non solo il Direttore, ma anche tutti i suoi collaboratori, chiamandoli per nome, facendo l’appello, dividendo gli uomini dalle donne, eseguendo una sentenza folle, che fa raggelare il sangue per la brutalità delle azioni e del pensiero di chiaro stampo fascista che le sottendono: quello che non segue la linea, il pensiero dominante, deve essere eliminato.

Non è un caso che anche la rete di hacker che si cela dietro lo pseudonimo di Anonymous abbia promesso guerra agli autori di questo crimine che è un chiaro attentato contro la libertà di espressione, che è alla base della cultura della nostra civiltà.

C’è una gran puzza di fascismo, ma non è il solo odore nauseante che arriva da Parigi. C’è una gran puzza di merda che ti assale ascoltando i commenti sulle televisioni e su internet. L’abbiamo sentita tutti: dagli integralisti di ogni stampo che condannano ufficialmente, ma… “in fondo, però, se la sono cercata” “avevano offeso i principi religiosi”, dai “complottisti” che analizzano i dettagli della foto in cui il poliziotto viene finito sul marciapiede, per provare che è stata una messa in scena, dagli xenofobi che vogliono restringere i limiti dell’immigrazione per fermare i terroristi, e ovviamente, dai fanatici fautori della Guerra Santa.

Ma c’è anche tanta puzza di bruciato in tutto questo.

Cominciamo dal “cui prodest”: a chi giova? Sicuramente alla causa dell’ISIS che ha dimostrato di poter eliminare i suoi nemici e Charbonnier era nella lista degli obiettivi primari. Conferisce credibilità alla minaccia.

Inoltre favorisce un clima di tensione e di irrigidimento delle misure di sicurezza, mettendo in allerta tutto il sistema e quindi può essere utilizzato come esca da chi rema in quella direzione. La scuola liberista di Friedman predicava che creare una condizione di precarietà favorisce l’adozione di misure straordinarie, che in nessun’altra situazione sarebbero accettate dalla popolazione. Lo abbiamo già visto in passato, dall’11 settembre in poi in maniera particolare.

Infine ci sono cose strane: la carta d’identità di uno dei 2 presunti fratelli latitanti lasciata in bella vista nella macchina usata per la fuga e poi abbandonata per strada è quantomeno comica, degna di quel fantozziano brigatista infiltrato che dimenticò il borsello con i documenti e le chiavi del covo. Ricorda anche le carte d’identità degli attentatori di Al Qaeda, che sopravvissero all’esplosione ed al rogo degli aerei delle Torri Gemelle.

E cosa è successo con il complice di 18 anni che si è presentato in Questura spontaneamente, dimostrando di essere stato a scuola, alla periferia di Parigi, nel momento in cui i fatti avvenivano al centro? I media hanno indubbiamente contribuito a gonfiare la storia, sfruttando la giovane età del sospetto, ma resta comunque un clamoroso abbaglio. Chi era quindi il terzo del commando? Non ci sono notizie a riguardo…

Sembra infine che siano passati 25-30 minuti per compiere la strage e fuggire. Un eternità se si considera che la strada è al centro di Parigi, dove la polizia può sopraggiungere in pochi minuti. Anche perché, immagino che la gente del quartiere avrà chiamato subito la polizia sentendo gli spari. In molti hanno filmato dalle finestre, riprendendo due uomini totalmente in nero, incappucciati e con i guanti, che sparavano per strada con dei kalashnikov urlando chiaramente che “Allah è grande”.

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Non pensavo di vivere un periodo così

iranelection_protest_mel-lastman_03Giuro che non pensavo di vivere un periodo così.

Che il nostro fosse un Paese strano, disorganizzato, con un’amministrazione pubblica che ostacola la vita dei cittadini invece di agevolarla, l’ho sempre saputo. E’ il retaggio di tanti anni di diverse occupazioni, mi sono sempre detto: gli spagnoli, il Papato, i francesi, gli austriaci e poi i tedeschi, gli americani e adesso l’Europa. Il nostro non è mai stato un vero Paese, tranne (forse) quando la nazionale di calcio gioca i mondiali: siamo pieni di contrasti e diversità, ma io ne ho sempre fatto una ricchezza, tanto grande da farmi accettare di vivere in Italia, nonostante tutto. Per me pesavano l’arte immensa, grandiosa, che pervade la nostra realtà quotidiana, la cucina stellare, diversissima perchè legata ai territori e i propri prodotti locali e proprio per questo di una qualità inimitabile, la visione di una società più umana, più attenta al sociale e meno condizionata dall’egoismo che impera nel mondo globalizzato, gli scenari mozzafiato che la natura della nostra penisola, immersa nel Mare Mediterraneo per tre lati e percorsa dalle montagne fina dalla spina dorsale, riesce a offrire anche a un visitatore frettoloso.

Poi, prima ancora della crisi profondissima, mondiale, che ha colpito la civiltà occidentale e da cui l’Europa e l’Italia più degli altri fatica a uscire da oramai 8 anni, siamo giunti al disastro di oggi.  Non si contano più gli amministratori corrotti a ogni livello istituzionale che hanno rubato alla collettività o commesso indecenti prestazioni morali suscitando lo sdegno internazionale, la criminalità dilaga, affondando le sue radici nel territorio e nelle imprese, alimentando la distruzione o il sovvertimento delle regole di convivenza e di controllo. E il sistema crolla: i servizi offerti dalle istituzioni al pubblico collassano sotto il proprio peso esagerato e sotto quello dei tagli lineari effettuati dal governo. Non solo servizi essenziali che rendono un Paese “civile”  come la giustizia, la sanità, l’istruzione o la ricerca, ma ogni tipo di servizio, dalla raccolta dei rifiuti, ai certificati, i trasporti, le tasse o la salvaguardia dei (preziosissimi) beni artistici e del nostro territorio. Allo sfascio partecipano i privati, ovviamente, con le banche in primissima fila, che hanno bloccato la circolazione dei capitali, compresi quelli elargiti dalle istituzioni per evitarne il crack, in attesa della prossima scoperta di criminali buchi in bilancio. Senza capitali, un Piano Industriale per lo sviluppo (o anche solo di sostegno) e la atavica mancanza di preparazione professionale dei manager, le nostre imprese cedono: le piccole e medie imprese chiudono, le grandi perdono sfide cruciali sui mercati internazionali: entrambe licenziano (anzi mettono in cassa integrazione e quindi sul bilancio pubblico) milioni di lavoratori, in ogni settore, compresa la moda, che registra incrementi di fatturato da record , ma che oramai si è “globalizzata” e produce in pianta stabile nei Paesi in via di sviluppo. La disoccupazione raggiunge livelli insopportabili sia in termini di economia reale con un drammatico calo dei consumi, che in termini di impatto sociale, con il 38% dei giovani senza un lavoro, il drammatico incremento della povertà della popolazione intera.

Non so se ne potremo uscire sani e salvi perchè di ossa rotte se ne vedono a perdita d’occhio, ma sopratutto non riesco a vedere una prospettiva per il futuro.

Dopo un mese e mezzo dalle elezioni, stiamo ancora a discutere, con stucchevoli giochi delle parti tra infiniti e improbabili rifiuti e aperture per la salvaguardia dei rispettivi partiti politici o movimenti che siano. Il mondo ci urla di correre al doppio della velocità perché sente gli scricchiolìi del sistema Italia e se ne preoccupa anche per l’impatto finanziario che avrebbe il crollo della settima economia mondiale, ma noi continuiamo in un minuetto bizantino, assurdo, incomprensibile, irresponsabile.

Ancora stiamo discutendo sugli stipendi della Casta o sui costi della politica? Ci mancherebbe altro che non fossero falcidiati, almeno come esempio di solidarietà per quello che stanno subendo i cittadini: su questo ad esempio tagli lineari andrebbero benissimo, visto anche che il servizio offerto al pubblico è già scarsissimo e adesso del tutto inesistente. Una legge elettorale quantomeno equa (ad esempio come quella a doppio turno con cui eleggiamo le amministrazioni locali), quella anti-corruzione o quella contro il conflitto d’interessi? Ma vi sembrano argomento di trattativa o di semplice discussione?

Non hanno capito che è un loro DOVERE governare il Paese, perchè è proprio per questo che li abbiamo eletti (Dio, come mi pesa anche solo scriverlo!) e si comportano come dei mandarini chiusi nella loro Città Proibita, disturbati solo dal canto di un Grillo isterico e intransigente, che non ha capito che la politica è mediazione, per ottenere risultati concreti. A lui, che ho votato, vorrei far presente che l’integralismo non ha mai giovato all’umanità, che le rivoluzioni si fanno (e su questo nessuno potrai mai togliergli il merito di avere scosso il Paese) con lungimiranza, passo dopo passo, ascoltando la gente e portando i risultati promessi e non certo chiudendosi in splendido isolamento su una barca che affonda.

Non mi aspettavo di vivere un periodo così nella mia vita e sono arrabbiatissimo: è in gioco il futuro della mia famiglia oltre che di quello del Paese in cui sono nato, che ho sempre amato e che comincia a disgustarmi.

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Grillo, le piazze e lo tsunami che investe l’Italia

grillo“La nostra generazione voleva cambiare la società e non ci siamo riusciti: fatelo voi per piacere!” Dario Fo, davanti alla piazza Duomo gremita all’inverosimile ha espresso un sentimento che tanti di quelli che hanno vissuto gli anni ’70 avevano dentro.

“Io non sono il leader del Movimento 5 Stelle, sono solo il portavoce, perchè la vera forza è la rete, siamo tutti noi!” così Grillo davanti a ottocentomila persone (!!) a Piazza San Giovanni a Roma qualche giorno dopo, nel bel mezzo di un tripudio che ha sancito il successo inequivocabile di quella rivoluzione civile che nei prossimi due giorni spazzerà via la classe politica infame che abbiamo sopportato in tutti questi anni.

Una classe politica non si auto-riforma (quanto volte lo abbiamo scritto su Nuda Verità…), ha bisogno di uno shock o di un effetto esterno che la costringa (vedi il “rumore dei forconi sotto il Palazzo” che abbiamo sempre invocato), di una rivoluzione che le strappi il comando, ed ecco che il Movimento 5 Stelle si appresta a travolgerli proprio come uno Tsunami. A nulla sono valse le calunnie, le dietrologie, le ricerche per alimentare la macchina del fango che tanto è servita in passato per fare politica perchè nessuno è più solido di chi non ha niente da nascondere e oltre a predicare riesce a mettere in pratica principi “rivoluzionari” per l’Italia degli ultimi anni: Onestà, Trasparenza e Solidarietà.

Non è Grillo sono i i milioni di Italiani traditi, vilipesi, sfruttati e soggiogati che si stanno rivoltando: è una rivoluzione non violenta ma sentitissima dalla gente quella che si sta per svolgere nelle urne della nostra democrazia, anzi che si è già svolta visti i risultati nelle piazze in cui il Movimento ha tenuto i suoi comizi.

Per carità non associami neanche lontanamente questo fenomeno all’ascesa della Lega di Bossi perché mai questa ha potuto contare sula sollevazione popolare a cui stiamo assistendo in tutto il Paese: rappresentava interessi di parte e era un vero e proprio partito, strutturato e inserito nel sistema, mentre qui stiamo assistendo a la spallata che farà cadere il sistema, portata da un Movimento e non un partito, che usa il mezzo più potente (la rete) per parlarsi, dialogare, scegliere, cambiare l’Italia. Forse il fenomeno delle piazze mi può ricordare l’ascesa di Obama, con i suoi stadi pieni, ma forse neanche lui ha potuto assistere a una piazza con 800.000 persone che hanno scelto di finanziare il cambiamento.

Ci sono alcuni aspetti che non condivido (il contrasto con il dissenso interno, le aperture ai fascisti di CasaPound, il disprezzo dei media), ma sono comunque marginali rispetto all’opportunità storica che si presenta al Paese. Non è un colpo di Stato: si chiama democrazia e riportare il popolo al centro delle decisioni è la vera rivoluzione di Grillo alla quale non posso che applaudire con entusiasmo.

Siamo tutti stufi (io per esempio ho smesso di pubblicarne su Nuda Verità) dei contrasti tra Berlusconi e i giudici, le difese di un Monti che non è riuscito a svincolarsi dall’immagine prona nei confronti della Germania, dei sofismi impalpabili tra candidati liberisti e socialisti del PD, delle gnocche ignoranti del PDL sempre pronte a inneggiare al vecchio satiro, delle opinioni interessate di commentatori iscritti ai partiti, di manager ladri di professione che ripagano i partiti per le poltrone ricevute a suon di milioni sottratti alla comunità. Parafrasando Grillo, preferisco mille volte rischiare il salto nel buio con chi fa dell’onestà e della trasparenza il suo motore che partecipare al suicidio di massa con una classe politica infame e invito il Partito Democratico ad accorgersi del fenomeno (ieri Ambrosoli ha fatto timide, ma illuminate aperture basate non sulle alleanze programmatiche, ma su progetti concreti… finalmente!) per dare una mano invece di contrastare lo Tsunami che si è già abbattuto sull’Italia.

I giochi sono fatti: arrendetevi, siete circondati dal popolo italiano.

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Il Gran Rifiuto di Benedetto XVI

benedetto_xvi1Non era successo che una volta, 600 anni fa, che un Papa desse le dimissioni. Era toccato a Celestino V dimettersi per paura degli intrighi che si svolgevano attorno a lui (stando a quanto riporta la Storia), mentre altri 3 si dimisero perchè costretti: Giovanni XVIII nel 1009, Benedetto IX nel 1045 (questi poi si pentì della scelta e rientrò… in ufficio) e Gregorio XII nel 1400 a seguito del Concilio di Costanza. Adesso è stato Benedetto XVI a prendere tutti di sorpresa annunciando le sue dimissioni e annunciando un Conclave per eleggere il nuovo Papa a marzo.

Celestino V era un benedettino eremita, un filosofo, un uomo semplice chiamato al soglio di Pietro come scelta esterna (una sorta di pontificato tecnico se volete) per svincolare la Chiesa dalle lotte intestine tra guelfi e ghibellini era in corso una grave disputa tra gli Angiò, reali di Francia, e gli Aragona, reali di Spagna, per l’occupazione della Sicilia. Pietro da Morrone, questo era il vero nome di Celestino V era una figura ascetica, mistica e religiosissima, nota a tutti i regnanti d’Europa e tutti parlavano di lui con molto rispetto.La notizia dell’elezione gli fu recata da tre vescovi, nella grotta sui monti della Maiella, dove il monaco risiedeva. Sorpreso dall’inaspettata notizia, il monaco, forse anche intimorito dalla potenza della carica, inizialmente oppose un netto rifiuto che, successivamente, si trasformò in un’accettazione alquanto riluttante, avanzata certamente soltanto per dovere d’obbedienza. Tuttavia dopo solo 4 mesi dalla sua elezione… si dimise (“Io Papa Celestino V, spinto da legittime ragioni, per umiltà e debolezza del mio corpo e la malignità della plebe [di questa plebe], al fine di recuperare con la consolazione della vita di prima, la tranquillità perduta, abbandono liberamente e spontaneamente il Pontificato e rinuncio espressamente al trono, alla dignità, all’onere e all’onore che esso comporta, dando sin da questo momento al sacro Collegio dei Cardinali la facoltà di scegliere e provvedere, secondo le leggi canoniche, di un pastore la Chiesa Universale.”).

Dante, non prese bene “il Gran Rifiuto” e la susseguente ascesa di Benedetto Caetani, noto al mondo come Bonifacio VIII, che tanto aveva influito sulla scelta delle dimissioni di Celestino V, mentre Petrarca riteneva che si dovesse considerare «…il suo operato come quello di uno spirito altissimo e libero, che non conosceva imposizioni, di uno spirito veramente divino”.

Questa la storia, ma perchè Papa Ratzinger si è dimesso lasciando tutti i poteri in mano al Cardinale Camerlengo, Tarcisio Bertone? Stando alla nota ufficiale perché sente “il peso dell’età”, ma non mi riesce facile crederci, perchè sarebbe un po’ come dire che  si rinuncia al mandato ricevuto da Dio di guidare la Chiesa per andare in pensione. “Scusami Signore, ma sono stanco. Trovatene un altro.” Non ci posso credere: sarebbe una schiaffo gigantesco alla religione, un paragonare la Chiesa a un’azienda. Le motivazioni arriveranno di sicuro e forse qualcosa trasparirà nell’era di Vatileaks, ma forse è il caso di parlare un attimo dell’ispiratore, dell’unico non sorpreso da ìl gesto di Benedetto XVI: Tarcisio Bertone.

Ora che Benedetto XVI si è dimesso, l’uomo più potente di Santa Romana Chiesa si chiama Tarcisio Bertone. Il cardinale, infatti, non è solo Segretario di Stato del Vaticano, ma anche cardinale “camerlengo”. La figura che presiede la sala apostolica e che amministra i beni e i diritti temporali della Santa Sede quando quest’ultima è “vacante”. In caso di morte del papa, ovviamente, ma anche in caso di dimissioni. Sarà Bertone, dunque, a gestire in prima persona il periodo di transizione e qualcuno sostiene che abbia buone chance anche nella corsa al seggio di Pietro. Amico di Silvio Berlusconi e Gianni Letta (con cui ha creato un idillio durante l’ultimo governo del Cavaliere), Bertone è un vendicativo: negli ultimi anni gli attacchi dei nemici interni (che sono molti, dal cardinale Camillo Ruini al predecessore Angelo Sodano, passando per l’arcivescovo Giovanni Battista Re) sono stati respinti con durezza, e chi s’è permesso di fargli la fronda ha avuto la peggio. Carlo Maria Viganò, ex segretario del Governatorato della città del Vaticano tra i primi ad aver contestato la sua nomina, viene spedito come nunzio apostolico a Washington (sarà proprio una lettera di Viganò pubblicata sul “Fatto” a dare il là a Vatileaks) mentre ad altri contestatori va ancora peggio, e finiscono a vivere in Africa e Papuasia.

Benedetto, Benedetto XVI: in che mani ci stai lasciando?

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vogliamo sapere quale sarà il futuro dell’Italia

Che 2012 ragazzi…

Facevo benzina a un distributore automatico dove un ragazzo dello Sri Lanka aiutava a fare rifornimento in cambio della mancia mentre si è fermato un’altra macchina dall’altro lato e il conducente, un uomo sui 50 anni, gli ha chiesto se poteva anticipargli €5 per fare benzina. Il ragazzo dello Sri Lanka gli ha detto di no e si è girato verso di me dicendo: “Tutti i giorni viene e fa €5 di benzina… ma dove ci va con €5?”. Non molto lontano, questo è sicuro, ma che tristezza… Il Paese è allo sfascio e la gente è ridotta alla fame. Basta girare e guardare quello che succede tutti i giorni: negozi che chiudono, migliaia di persone che chiedono la carità in mezzo alla strada e tanti altri che non la chiedono e vivono tra i cartoni o negli angoli delle stazioni.

La maggioranza della gente regge a fatica, mangiandosi i risparmi di una vita per sopravvivere, sperando che le cose migliorino in questo 2013 che sta arrivando, ma con pochissime speranze.

A gennaio ci martelleranno i timpani con programmi di risanamento del Paese, adesso che sta crollando, pezzo dopo pezzo, dalle scuole, alle aule di Giustizia, agli ospedali. Monti si vanterà di aver evitato la catastrofe, ammonendo che poteva andare peggio, che le banche italiane non sono fallite, e che l’Agenda del Professore è la strada migliore per risanare il Paese partendo dai suoi conti pubblici. Berlusconi starnazzerà oscenità e minacce in preda alla sua follia senile, litigando in diretta con tutti, mentre Maroni cercherà di spremerlo in cambio di un appoggio della Lega del dopo-Trota, che nessuno sa quanti avranno il fegato di votare. Bersani è stato preso alla sprovvista dalla discesa/salita in campo di Monti e, a botta calda, ha provato a protestare: “Ma come fa a guidare il governo in carica e presentarsi alle elezioni?” Poi evidentemente gli hanno spiegato che lo fanno tutti i Capo del Governo uscenti a tutte le elezioni, e Monti ha assicurato la nazione che lui è sobriamente super partes nelle “ridotte funzioni della straordinaria amministrazione”  e faziosamente pro Monti nel tempo libero. Bersani è in vantaggio ma non può farsi prendere alle spalle così! Tutti sanno che le banche italiane non sono fallite grazie ai miliardi che sono stati prelevati dalle tasche di quelli che pagano le tasse e che sono confluiti nelle casse degli Istituti di Credito che li hanno usati per ricomprarsi un po’ di quel debito pubblico che le banche estere non volevano più accollarsi. I mercati si sono tranquillizzati perchè lo spettro di un’insolvibilità del nostro Paese si è dissipato, ma i soldi che sono stati necessari per questo vengono dalla carne viva del popolo italiano oltre che dai tagli ai servizi civili e ai diritti sindacali. E’ questo il futuro che viene prospettato al Paese? Vogliamo parlare di programmi di sviluppo e non di contabilità per una volta? Qual’è il Piano Industriale, quello per i Beni Culturali, per la Scuola, la Sanità e la Giustizia, la lotta all’evasione e alla Mafia? Qual’è la visione del prossimo governo? Sono questi gli argomenti con cui parlare alla gente e non le farsesche beghe tra partiti o leader veri e presunti della politica italiana. Bersani: Monti non ha bisogno di schierarsi, perchè è l’unico con un’agenda chiara di quello che vogliono fare al Paese. Lo ha capito anche Casini che adesso fatica a vedersi sbiadire dietro al Professore che aveva tanto opportunisticamente invocato.

Personalmente ne ho le scatole piene di programmi finanziari e delle liste di provvedimenti, magari individualmente validi, ma che non hanno una visione complessiva, una strategia per uscire da questo stato di intollerabile degrado in cui versano le nostre vite ogni giorno dell’anno, Capodanno compreso.

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i Black Block sono nel governo!

Date uno sguardo a questo video…

Mercoledì 14 novembre, via Arenula, Roma. Nel filmato, realizzato con un videofonino da un piano alto, si vedono i ragazzi in corteo correre lungo la strada, dopo aver forzato il blocco della polizia all’altezza del Lungotevere dei Vallati. All’improvviso, dalle finestre del palazzo del ministero della Giustizia piovono lacrimogeni sulla folla in fuga. A giudicare dalla traiettoria, si tratterebbe di lacrimogeni a strappo: due sembrerebbero partire dal secondo piano sopra le stanze occupate dal ministro Paola Severino, il terzo dal tetto dell’edificio.

E’ qualcosa di mostruoso vedere dei lacrimogeni lanciati direttamente dalle finestre di un ministero verso la folla. Cioè: è proprio il governo che spara, fisicamente, nascosto e protetto nei suoi palazzi, contro i suoi cittadini. Insomma, quasi roba da Saddam.

Invece preferisco credere che siano stati un paio di cretini – qualche poliziotto con la zucca fuori posto, incapace di comprendere anche minimamente l’incredibile portata simbolica del suo gesto. Il che ripropone l’eterna questione che ci portiamo dietro da trenta o quarant’anni, cioè la presenza di black bloc – per usare la consueta formuletta – anche nelle istituzioni.

Quando un gruppo di scalmanati si stacca da un corteo per andare a spaccare una vetrina o ad assaltare una camionetta di poliziotti, è l’intero corteo che ne subisce le conseguenze, in termini di credibilità politica, e gli organizzatori sono costretti a prenderne le distanze con imbarazzo e decisione. Che il governo faccia qualcosa contro questo esempio di vigliaccheria e fascismo istituzionale così come le teste spaccate dei nostri ragazzi, disarmati, lo dubito.

In Italia dagli anni ’60 e ’70 e più recentemente con il G8 di Genova, Aldovrandi, Cucchi e mille altri, abbiamo una scuola di arroganza e violenza criminale che permea frange delle Forze dell’Ordine che non solo dobbiamo reprimere, ma dobbiamo impedire che si “esprimano” ancora. Che ne direste del numero identificativo di ogni agente sul proprio casco/giubotto per rendere riconoscibile l’individuo che si nasconde dietro l’uniforme?

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la piazza di Miccichè

Questo è uno dei comizi che dovrebbero far pensare… Guardate che folla….

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pronti?

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