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Dopo di Obama il diluvio?

1Il dopo Obama sembra sempre più incerto per gli USA. S0no lontani i tempi degli stadi stracolmi di gente per ascoltare i discorsi ispirati dell’allora senatore dell’Illinois che facevano sognare, spingendo al voto le comunità afro-americane e latine e accendendo nuovi entusiasmi tra i giovani.

E’ vero che manca ancora un anno alle elezioni e un nuovo cavallo può ancora presentarsi, ma sarebbe costretto a correre una corsa partendo in ritardo rispetto agli altri contendenti al posto di guida della superpotenza globale. Negli ultimi giorni si parla di Joe Biden, il vice di Obama, l’uomo del trattato con l’Iran e francamente mi auguro vivamente che sia vero, che riescano a convincerlo, visto la tristissima pochezza dei candidati ufficiali in entrambi gli schieramenti.

Diamo uno sguardo, cominciando dai Repubblicani, gli sfidanti, che presentano una truppa variegata e variopinta ai nastri di partenza con 17 pretendenti al titolo. Tra questi, Jeb Bush, l’ennesimo rampollo della dinastia, fratello di quel George W. Bush che tanto imbarazzo provoca ancora oggi per i danni provocati assieme al suo vice Dick Cheney in tutto il mondo e non solo negli USA durante i suoi due disastrosi mandati presidenziali. Jeb parrebbe essere il fratello più intelligente, ma come ha rimarcato un noto commentatore satirico, “si parla di intelligenza in termini della famiglia Bush, quindi niente di che”. Jeb Bush era il Governatore della Florida al tempo dello storico ricalcolo-truffa dei voti di quello stato che portò un giudice ad insediare il fratello George come Presidente per il secondo mandato. Dato per vincente predestinato all’inizio della campagna elettorale, Jeb sta invece miseramente affondando a causa di un carattere apparentemente remissivo e timido, una serie infinita di gaffe (deve essere nel DNA di quella famiglia) e la presenza in campo di Donald Trump: i sondaggi non lo danno più neanche tra i primi tre (per fortuna).

La vera sorpresa è stato appunto Donald Trump, il multimiliardario (per eredità da parte del padre) di New York. Tronfio, spocchioso, aggressivo, razzista, viziato e decisamente scarso anche sugli argomenti più semplici, ha rivelato solo un punto del suo programma: la costruzione di un muro tra gli USA e il Messico per impedire ai messicani di “rubarci il lavoro e stuprare le nostre donne”. Visto il livello di cazzate che il signor Trump riesce ad inanellare ad ogni sua uscita, era dato come immediato perdente, ma lui è troppo ricco e sta investendo una quantità impressionante di denaro sulla sua elezione, al punto da sostenere che se non vincesse le primarie per il Partito Repubblicano, sarebbe pronto a fondarne uno nuovo e correre per conto suo (vi ricorda qualcuno?). Insomma Donald vuole talmente tanto essere il Presidente degli USA al punto di… comprarsi il posto. Dopo aver offeso i messicani trattandoli da ladri e stupratori, è stato il turno delle donne quando rispondendo ad una domanda di una giornalista in diretta televisiva ha detto chiesi vedeva come le uscisse sangue dagli occhi e dalla sua “cosina” e poi i cinesi che dovrebbero essere puniti con l’isolamento per la crisi finanziaria che hanno provocato, i neri che non vogliono lavorare e spacciano droga e via discorrendo. Dopo queste sparate si diceva che nessuno avrebbe votato per lui, tantomeno le categorie/etnie che aveva offeso, ma il potere dei soldi è forte, sopratutto qui negli USA e i sondaggi lo danno saldamente in testa con il 30% delle preferenze, nella pletora di candidati repubblicani. Il termine imbarazzante trova con questo ignobile personaggio nuove definizioni, facendo sembrare George Bush (e il nostro Caimano nazionale) come un genio. L’unico che ne potrebbe trarre ispirazione è forse Salvini, se qualcuno gli spiega cosa dice ed il solo pensiero di aver Donald Trump nella stanza dei bottoni, fa raggelare il sangue.

Chi gli tiene (un po’) testa è Ben Carson, un neurochirurgo afro-americano in pensione, originario della Carolina del Sud che fa della critica al Presidente Obama (in particolare sulla riforma sanitaria, ovviamente) e della sua posizione di outsider anti-establishment i suoi punti di forza. Tra gli altri (che evito di elencare perché sono veramente tanti, tra Cristiani-risorti, neo-conservatori seguaci di Dick Cheney e Sarah Palin, ultra ortodossi e fascisti), vale la pena nominare la signora Carly Fiorina, ex Amministratore Delegato della Hewlett-Packard, che almeno parla bene in pubblico, antagonizzando con Hillary Clinton ad ogni occasione e invocando una maggiore presenza militare americana nel mondo per garantire la sicurezza interna (!).

Dall’altro schieramento, Hillary Clinton, data anche questa volta come sicura vincente dopo la cocente delusione subita con Obama, invece annaspa tra mille scandaletti (roba da niente per noi italiani, come l’aver usato un server privato per mandare le sue mail quando era Segretario di Stato dell’amministrazione Obama, che invece qui prendono seriamente) e non è amata per il suo fare dispotico e il falso sorriso che sfoggia in televisione. Tuttavia, al contrario dei suoi compatrioti repubblicani, parla di cose vere: cambiamento climatico, riforma delle pensioni, politica estera, ecc., spalleggiata dal suo Bill e dalla fondazione Clinton, una vera e propria macchina da guerra che hanno creato per raccogliere i fondi. Tuttavia agli stessi democratici Hillary non piace proprio e tutti i sondaggi la danno testa a testa con la vera sorpresa (finora) della campagna elettorale: Bernie Sanders. Socialista (udite udite! si è definito lui stesso un “socialist Democrat”), senatore della Repubblica, è il paladino della sinistra e vicino alle posizioni di Obama. I suoi punti sono le diseguaglianze (drammatiche) tra ricchi e poveri negli USA, il salario minimo, l’ambiente, i debiti che le famiglie sono costrette a fare per pagare il college ai figli, ecc. Deve combattere contro gli stessi democratici, che alla parola socialismo si irrigidiscono (quasi) come i colleghi repubblicani, ma raccoglie valanghe di consensi nel Nord-Est del Paese (il nodo per lui saranno stati del Sud Ovest), al punto da essere a pari con la Clinton in tutti i sondaggi, con un deciso vantaggio nelle aree metropolitane come New York.  L’incertezza sul candidato che potrà raccogliere la bandiera democratica da Obama, sta però convincendo l’attuale Vice Presidente, Joe Biden a scendere in campo e personalmente mi auguro che lo faccia al più presto perché, anche se Bernie Sanders sarebbe un’altra svolta epocale per gli USA dopo il doppio mandato Obama, temo che si scontrerebbe con i fantasmi del passato maccartista favorendo uno qualsiasi del terribile raggruppamento repubblicano. Joel Biden è l’uomo del trattato con l’Iran sul nucleare e conosce perfettamente l’indirizzo seguito dagli Stati Uniti fino ad oggi e potrebbe dare la necessaria continuità con quanto fatto fino ad oggi dal Presidente Obama.

In questi due mandati, Barack Hussein Obama, ha dimostrato di mantenere la sua parola, facendo riforme considerate impossibili, come quella sanitaria che garantisce a tutti, anche ai totalmente indigenti, le cure del sistema sanitario americano, quella sull’immigrazione, sui salari minimi, sulla parità di diritto per le coppie omosessuali e la riforma di Wall Street. Non è intervenuto in nessun conflitto o generato guerre, ha stretto uno storico accordo con l’Iran sul nucleare ed ha messo fine all’odioso embargo a Cuba. Avere qualcuno che sia capace di continuare in questa direzione sarebbe un bene per l’umanità intera e non sol0 per gli USA.

 

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