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Truffe e inganni di un governo illegittimo che scherza col fuoco

democrazia-italia_530x0_90Un Parlamento eletto con una legge giudicata illegittima con gravissimo ritardo (8 anni!) dalla Corte Costituzionale, guidato da un governo di “larghe intese” che non riesce a fare granchè e quello che fa viene giudicato illegittimo dalla magistratura. Ecco lo splendido scenario (sigh!) in cui il popolo italiano si trova alla fine di questo 2013.

E nel frattempo milioni di persone sono oramai ridotte alla povertà, senza un lavoro e senza prospettive, i giovani sono costretti a emigrare per cercarsi un futuro, l’economia è allo sbando senza uno straccio di piano industriale e con migliaia di aziende che chiudono le attività strangolate dalle tasse e dall’ignavia della burocrazia oltre che dalla scarsa competitività sul mercato globalizzato, i beni culturali ereditati dalla gloriosa storia del Paese che si sbriciolano (vedi la triste realtà di Pompei dove ogni settimana crolla qualcosa), i servizi, i trasporti, le scuole, la sicurezza, la sanità che hanno smesso di funzionare anche ai livelli minimi a cui erano ridotti.

Ecco allora che scende in piazza il popolo dei “forconi”, inneggiando alla rivolta, gridando un “tutti a casa” che non ha nulla da proporre, se non  la sempre crescente rabbia della gente, che finisce in preda al populismo più becero, degno dei fascisti che li infiltrano (basta vedere quelli che vanno alle manifestazioni con gli Hummer per capire…) per rimestare nel torbido con un’altra marcia su Roma…

Non c’è che dire: siamo proprio messi bene…

E i nostri “cari leader” che fanno? Silvio è in geriatria a leccarsi… le ferite in attesa del prossimo colpo, Alfano giudica di “estrema sinistra” Renzi (da non crederci) che a sua volta gioca a stuzzicare Grillo  che è alle prese con tentazioni autoritarie nonostante le cose (molto poche) buone che il Movimento è riuscito a fare. “Se vuoi che rinunciamo al finanziamento pubblico, firmale riforme con noi!” Gli ha urlato dal palco dell’incoronazione a Segretario del PD. Ma scherziamo? Non gli risulta che i rimborsi elettorali siano stati giudicati illegittimi dalla Corte dei Conti (“tutte le disposizioni impugnate, a partire dal 1997 e, via via riprodotte nel 1999, nel 2002, nel 2006 e per ultimo nel 2012, hanno ripristinato i privilegi abrogati col referendum del 1993, facendo ricorso ad artifici semantici, come il rimborso al posto del contributo; gli sgravi fiscali al posto di autentici donativi; così alimentando la sfiducia del cittadino e l’ondata disgregante dell’antipolitica”,  Procuratore del Lazio della Corte dei Conti, Raffaele De Dominicis, sollevando la questione di legittimità costituzionale di tutte le leggi, a partire dal 1997, che hanno reintrodotto il finanziamento pubblico dei partiti)?

“La violazione del principio di parità e di eguaglianza tra i partiti e dei cittadini che, per mezzo dei partiti stessi, intendono partecipare alla vita democratica della Nazione. Infatti, – continua il procuratore – i rimborsi deducibili dal meccanismo elettorale risultano estesi, dopo il 2006, a tutti e cinque gli anni del mandato parlamentare, in violazione del carattere giuridico delle erogazioni pubbliche, siccome i trasferimenti erariali, a partire dal secondo anno, non solo si palesano come vera e propria spesa indebita, ma assunti in violazione del referendum dell’aprile 1993″. La differenziazione degli importi dei “rimborsi” dopo il primo anno dalle elezioni “si configura arbitraria e discriminatoria perché consolida la posizione di vantaggio solo di quei partiti che hanno raggiunto la maggioranza politico-parlamentare”

Una truffa con destrezza, caro Renzi, che il PD della svolta dovrebbe correggere immediatamente se fosse vera anche solo parte delle buone intenzioni. Altro che chiederei contropartite! E, visto che ci sei, di a Letta che l’alibi è stato trovato e, dunque, si può parlare serenamente di argomento archiviato, almeno per i prossimi sei mesi, se non di più. La legge sul finanziamento pubblico ai partiti, senza la quale, solo pochi mesi fa, sembrava che il governo fosse pronto a mettere a ferro e fuoco il Parlamento, adesso è diventata “sub giudice”…

I “rimborsi”, intanto, continuano a botte di cinque anni, sempre a gonfie vele anche se la cifra che si sono intascati i partiti fino ad oggi, vista anche la crisi, è di  2,7 miliardi di euro, nonostante 31 milioni di italiani, nell’aprile del 1993, avessero votato di non dargli più una lira. E poi ricorda a Letta che nel suo decreto legge sono contenute una serie di storture che non risolvono assolutamente il problema così come impostato dal giudice contabile alla Consulta. Si prevede, infatti, l’iscrizione dei partiti che possono depositare il proprio nome nell’apposito registro e accedere al finanziamento, mentre altri no (guarda caso, i Cinque Stelle, perché non hanno lo Statuto), ma a pagare è sempre lo Stato, cioè i cittadini! Per l’anno in corso e i prossimi tre anni, l’esborso sarà sempre forte: nel 2014, 91 milioni di euro; 54 milioni e 600mila per il 2015; 45 milioni e mezzo per il 2016 e per il 2017 circa 36 milioni 400 mila. A queste somme si aggiungono le donazioni dei cittadini che potranno dare il due per mille mentre il tetto del finanziamento da parte dei privati è stato innalzato, alla fine, fino a oltre 100mila euro.

Insomma, l’ennesimo modo per aggirare la volontà popolare…

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Non pensavo di vivere un periodo così

iranelection_protest_mel-lastman_03Giuro che non pensavo di vivere un periodo così.

Che il nostro fosse un Paese strano, disorganizzato, con un’amministrazione pubblica che ostacola la vita dei cittadini invece di agevolarla, l’ho sempre saputo. E’ il retaggio di tanti anni di diverse occupazioni, mi sono sempre detto: gli spagnoli, il Papato, i francesi, gli austriaci e poi i tedeschi, gli americani e adesso l’Europa. Il nostro non è mai stato un vero Paese, tranne (forse) quando la nazionale di calcio gioca i mondiali: siamo pieni di contrasti e diversità, ma io ne ho sempre fatto una ricchezza, tanto grande da farmi accettare di vivere in Italia, nonostante tutto. Per me pesavano l’arte immensa, grandiosa, che pervade la nostra realtà quotidiana, la cucina stellare, diversissima perchè legata ai territori e i propri prodotti locali e proprio per questo di una qualità inimitabile, la visione di una società più umana, più attenta al sociale e meno condizionata dall’egoismo che impera nel mondo globalizzato, gli scenari mozzafiato che la natura della nostra penisola, immersa nel Mare Mediterraneo per tre lati e percorsa dalle montagne fina dalla spina dorsale, riesce a offrire anche a un visitatore frettoloso.

Poi, prima ancora della crisi profondissima, mondiale, che ha colpito la civiltà occidentale e da cui l’Europa e l’Italia più degli altri fatica a uscire da oramai 8 anni, siamo giunti al disastro di oggi.  Non si contano più gli amministratori corrotti a ogni livello istituzionale che hanno rubato alla collettività o commesso indecenti prestazioni morali suscitando lo sdegno internazionale, la criminalità dilaga, affondando le sue radici nel territorio e nelle imprese, alimentando la distruzione o il sovvertimento delle regole di convivenza e di controllo. E il sistema crolla: i servizi offerti dalle istituzioni al pubblico collassano sotto il proprio peso esagerato e sotto quello dei tagli lineari effettuati dal governo. Non solo servizi essenziali che rendono un Paese “civile”  come la giustizia, la sanità, l’istruzione o la ricerca, ma ogni tipo di servizio, dalla raccolta dei rifiuti, ai certificati, i trasporti, le tasse o la salvaguardia dei (preziosissimi) beni artistici e del nostro territorio. Allo sfascio partecipano i privati, ovviamente, con le banche in primissima fila, che hanno bloccato la circolazione dei capitali, compresi quelli elargiti dalle istituzioni per evitarne il crack, in attesa della prossima scoperta di criminali buchi in bilancio. Senza capitali, un Piano Industriale per lo sviluppo (o anche solo di sostegno) e la atavica mancanza di preparazione professionale dei manager, le nostre imprese cedono: le piccole e medie imprese chiudono, le grandi perdono sfide cruciali sui mercati internazionali: entrambe licenziano (anzi mettono in cassa integrazione e quindi sul bilancio pubblico) milioni di lavoratori, in ogni settore, compresa la moda, che registra incrementi di fatturato da record , ma che oramai si è “globalizzata” e produce in pianta stabile nei Paesi in via di sviluppo. La disoccupazione raggiunge livelli insopportabili sia in termini di economia reale con un drammatico calo dei consumi, che in termini di impatto sociale, con il 38% dei giovani senza un lavoro, il drammatico incremento della povertà della popolazione intera.

Non so se ne potremo uscire sani e salvi perchè di ossa rotte se ne vedono a perdita d’occhio, ma sopratutto non riesco a vedere una prospettiva per il futuro.

Dopo un mese e mezzo dalle elezioni, stiamo ancora a discutere, con stucchevoli giochi delle parti tra infiniti e improbabili rifiuti e aperture per la salvaguardia dei rispettivi partiti politici o movimenti che siano. Il mondo ci urla di correre al doppio della velocità perché sente gli scricchiolìi del sistema Italia e se ne preoccupa anche per l’impatto finanziario che avrebbe il crollo della settima economia mondiale, ma noi continuiamo in un minuetto bizantino, assurdo, incomprensibile, irresponsabile.

Ancora stiamo discutendo sugli stipendi della Casta o sui costi della politica? Ci mancherebbe altro che non fossero falcidiati, almeno come esempio di solidarietà per quello che stanno subendo i cittadini: su questo ad esempio tagli lineari andrebbero benissimo, visto anche che il servizio offerto al pubblico è già scarsissimo e adesso del tutto inesistente. Una legge elettorale quantomeno equa (ad esempio come quella a doppio turno con cui eleggiamo le amministrazioni locali), quella anti-corruzione o quella contro il conflitto d’interessi? Ma vi sembrano argomento di trattativa o di semplice discussione?

Non hanno capito che è un loro DOVERE governare il Paese, perchè è proprio per questo che li abbiamo eletti (Dio, come mi pesa anche solo scriverlo!) e si comportano come dei mandarini chiusi nella loro Città Proibita, disturbati solo dal canto di un Grillo isterico e intransigente, che non ha capito che la politica è mediazione, per ottenere risultati concreti. A lui, che ho votato, vorrei far presente che l’integralismo non ha mai giovato all’umanità, che le rivoluzioni si fanno (e su questo nessuno potrai mai togliergli il merito di avere scosso il Paese) con lungimiranza, passo dopo passo, ascoltando la gente e portando i risultati promessi e non certo chiudendosi in splendido isolamento su una barca che affonda.

Non mi aspettavo di vivere un periodo così nella mia vita e sono arrabbiatissimo: è in gioco il futuro della mia famiglia oltre che di quello del Paese in cui sono nato, che ho sempre amato e che comincia a disgustarmi.

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vogliamo sapere quale sarà il futuro dell’Italia

Che 2012 ragazzi…

Facevo benzina a un distributore automatico dove un ragazzo dello Sri Lanka aiutava a fare rifornimento in cambio della mancia mentre si è fermato un’altra macchina dall’altro lato e il conducente, un uomo sui 50 anni, gli ha chiesto se poteva anticipargli €5 per fare benzina. Il ragazzo dello Sri Lanka gli ha detto di no e si è girato verso di me dicendo: “Tutti i giorni viene e fa €5 di benzina… ma dove ci va con €5?”. Non molto lontano, questo è sicuro, ma che tristezza… Il Paese è allo sfascio e la gente è ridotta alla fame. Basta girare e guardare quello che succede tutti i giorni: negozi che chiudono, migliaia di persone che chiedono la carità in mezzo alla strada e tanti altri che non la chiedono e vivono tra i cartoni o negli angoli delle stazioni.

La maggioranza della gente regge a fatica, mangiandosi i risparmi di una vita per sopravvivere, sperando che le cose migliorino in questo 2013 che sta arrivando, ma con pochissime speranze.

A gennaio ci martelleranno i timpani con programmi di risanamento del Paese, adesso che sta crollando, pezzo dopo pezzo, dalle scuole, alle aule di Giustizia, agli ospedali. Monti si vanterà di aver evitato la catastrofe, ammonendo che poteva andare peggio, che le banche italiane non sono fallite, e che l’Agenda del Professore è la strada migliore per risanare il Paese partendo dai suoi conti pubblici. Berlusconi starnazzerà oscenità e minacce in preda alla sua follia senile, litigando in diretta con tutti, mentre Maroni cercherà di spremerlo in cambio di un appoggio della Lega del dopo-Trota, che nessuno sa quanti avranno il fegato di votare. Bersani è stato preso alla sprovvista dalla discesa/salita in campo di Monti e, a botta calda, ha provato a protestare: “Ma come fa a guidare il governo in carica e presentarsi alle elezioni?” Poi evidentemente gli hanno spiegato che lo fanno tutti i Capo del Governo uscenti a tutte le elezioni, e Monti ha assicurato la nazione che lui è sobriamente super partes nelle “ridotte funzioni della straordinaria amministrazione”  e faziosamente pro Monti nel tempo libero. Bersani è in vantaggio ma non può farsi prendere alle spalle così! Tutti sanno che le banche italiane non sono fallite grazie ai miliardi che sono stati prelevati dalle tasche di quelli che pagano le tasse e che sono confluiti nelle casse degli Istituti di Credito che li hanno usati per ricomprarsi un po’ di quel debito pubblico che le banche estere non volevano più accollarsi. I mercati si sono tranquillizzati perchè lo spettro di un’insolvibilità del nostro Paese si è dissipato, ma i soldi che sono stati necessari per questo vengono dalla carne viva del popolo italiano oltre che dai tagli ai servizi civili e ai diritti sindacali. E’ questo il futuro che viene prospettato al Paese? Vogliamo parlare di programmi di sviluppo e non di contabilità per una volta? Qual’è il Piano Industriale, quello per i Beni Culturali, per la Scuola, la Sanità e la Giustizia, la lotta all’evasione e alla Mafia? Qual’è la visione del prossimo governo? Sono questi gli argomenti con cui parlare alla gente e non le farsesche beghe tra partiti o leader veri e presunti della politica italiana. Bersani: Monti non ha bisogno di schierarsi, perchè è l’unico con un’agenda chiara di quello che vogliono fare al Paese. Lo ha capito anche Casini che adesso fatica a vedersi sbiadire dietro al Professore che aveva tanto opportunisticamente invocato.

Personalmente ne ho le scatole piene di programmi finanziari e delle liste di provvedimenti, magari individualmente validi, ma che non hanno una visione complessiva, una strategia per uscire da questo stato di intollerabile degrado in cui versano le nostre vite ogni giorno dell’anno, Capodanno compreso.

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i Black Block sono nel governo!

Date uno sguardo a questo video…

Mercoledì 14 novembre, via Arenula, Roma. Nel filmato, realizzato con un videofonino da un piano alto, si vedono i ragazzi in corteo correre lungo la strada, dopo aver forzato il blocco della polizia all’altezza del Lungotevere dei Vallati. All’improvviso, dalle finestre del palazzo del ministero della Giustizia piovono lacrimogeni sulla folla in fuga. A giudicare dalla traiettoria, si tratterebbe di lacrimogeni a strappo: due sembrerebbero partire dal secondo piano sopra le stanze occupate dal ministro Paola Severino, il terzo dal tetto dell’edificio.

E’ qualcosa di mostruoso vedere dei lacrimogeni lanciati direttamente dalle finestre di un ministero verso la folla. Cioè: è proprio il governo che spara, fisicamente, nascosto e protetto nei suoi palazzi, contro i suoi cittadini. Insomma, quasi roba da Saddam.

Invece preferisco credere che siano stati un paio di cretini – qualche poliziotto con la zucca fuori posto, incapace di comprendere anche minimamente l’incredibile portata simbolica del suo gesto. Il che ripropone l’eterna questione che ci portiamo dietro da trenta o quarant’anni, cioè la presenza di black bloc – per usare la consueta formuletta – anche nelle istituzioni.

Quando un gruppo di scalmanati si stacca da un corteo per andare a spaccare una vetrina o ad assaltare una camionetta di poliziotti, è l’intero corteo che ne subisce le conseguenze, in termini di credibilità politica, e gli organizzatori sono costretti a prenderne le distanze con imbarazzo e decisione. Che il governo faccia qualcosa contro questo esempio di vigliaccheria e fascismo istituzionale così come le teste spaccate dei nostri ragazzi, disarmati, lo dubito.

In Italia dagli anni ’60 e ’70 e più recentemente con il G8 di Genova, Aldovrandi, Cucchi e mille altri, abbiamo una scuola di arroganza e violenza criminale che permea frange delle Forze dell’Ordine che non solo dobbiamo reprimere, ma dobbiamo impedire che si “esprimano” ancora. Che ne direste del numero identificativo di ogni agente sul proprio casco/giubotto per rendere riconoscibile l’individuo che si nasconde dietro l’uniforme?

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dall’Emilia una visione politica per il futuro

Il riordino delle Province in Italia ha adesso un nuovo attore. Sonia Masini, Presidente della Provincia di Reggio Emilia aveva già lanciato l’idea di creare la Provincia Emilia, superando la proposta governativa di ridurre il numero attuale delle Province esistenti sulla base di parametri legati all’estensione del territorio (> 2500 kmq) e alla densità di popolazione (>350,000 abitanti) e adesso lancia una raccolta di firme per sostanziare il progetto in maniera operativa.

Creare non Province allargate (es. Reggio con Modena. Parma con Piacenza, ecc.) ma una sola Provincia Emilia, che assieme alla Provincia Romagna e alla Città Metropolitana di Bologna costituirebbero le tre istituzioni coordinate dalla Regione Emilia Romagna, darebbe l’opportunità a questi territori di numeri importanti, con circa 2 milioni di abitanti, imprese e PIL che le consentirebbero di competere con le Province Europee più importanti, come la Baviera ad esempio e accedere direttamente ai fondi di sviluppo della Comunità Europea.

Mi sembra un ragionamento importante non solo perchè supera ogni barriera storica e culturale e offre una visione di sviluppo contrapponendosi ad un mero riassetto contabile, ma anche perchè la visione che anima non è solo legata al territorio, ma può avere un’applicazione nazionale interessante guardando al futuro del Paese. La proposta della Masini prende infatti in considerazione le potenzialità dell’Emilia, capace di riunire tutte le migliori produzioni con Indicazioni Geografiche Protette (Igp) del Paese, dal parmigiano al prosciutto, all’aceto, ma applicazioni simili potrebbero avvenire in Toscana con una Provincia dei Grandi Vini con Siena, Arezzo e Grosseto, accanto a quella Marinara di Massa, Lucca, Livorno e Pisa, sarebbe più facile riunire Viterbo e Rieti in una Provincia della Tuscia Sabina e Latina insieme a Frosinone in quella ciociara. Teramo, Pescara e Chieti potrebbero rientrare nella ‘Provincia Adriatica’, escludendo L’Aquila, mentre Savona e Imperia si potrebbero costituire in Provincia di Ponente. E così via, con la Provincia della Costiera Amalfitana, quella Alpina, il Salento, le Langhe, ecc.

“Vogliamo che siano prodotti risparmi nell’organizzazione delle nuove aree, che si superino sovrapposizioni e sprechi nell’erogazione dei servizi e nella programmazione delle infrastrutture e che gli amministratori rispondano ai cittadini. EMILIA è un brand fortissimo riconosciuto ed apprezzato da tutto il mondo, fatto di accoglienza e civiltà, lavoro e buon cibo, ottime scuole e servizi. Unita può essere un nuovo traino per l’Italia e per l’Europa, creare nuovo reddito, dare nuove opportunità” ha dichiarato Sonia Masini. Come non essere d’accordo?

Credo sia un esempio di come bisogna fare politica, con una visione, guardando al futuro del Paese e alle generazioni che verranno e non solo alle prossime elezioni. Invito tutti a firmare la proposta della Presidente della Provincia di Reggio Emilia seguendo questo link, dando sostegno popolare a questa iniziativa, ottima nel merito e simbolica nel desolante panorama politico nazionale.

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Monti, le Province e Reggio Emilia

Confesso che il riordino delle istituzioni sul territorio l’ho sempre considerata una necessità assolutamente prioritaria e quindi la scelta di “accorpamento” delle Province italiane l’ho data per un passo del Governo Monti in quella direzione, senza approfondirne troppo i contenuti. Tuttavia ho imparato la lezione dopo che in tutti questi anni lo Stato ha preso decisioni che ci hanno cambiato la vita (vedi riforma delle pensioni) senza che se ne capisse molto prima della loro entrata in vigore e sono andato a cercare informazioni.

Le discriminanti usate sono state le dimensioni del territorio (superiori ai 2500 km quadrati) e la densità di popolazione (sopra i 350,000 abitanti) e delle 107 Province italiane solo 43 hanno i requisiti per restare tali e annettere i territori che invece non rientrano in questi parametri. Saranno soppresse le Province delle città principali che diventeranno Città Metropolitane, governate da Sindaci con poteri speciali. Queste sono Roma, Torino, Milano, Venezia, Genova, Bologna, Firenze, Bari, Napoli e Reggio Calabria. In tutto sono 64 le Province che dovranno essere accorpate nelle Regioni a statuto ordinario.

Stando alla normativa attuale, in Lombardia, oltre a Milano, rimarrebbero solo Brescia, Bergamo e Pavia mentre saranno accorpate Lecco, Lodi, Como, Monza, Mantova, Cremona Sondrio e Varese.  Nel Lazio, oltre a Roma rimarrebbe solo Frosinone, in Toscana rimarrebbe solo la Città Metropolitana di Firenze e tutte le Province attuali dovrebbero trovare accorpamenti. In Basilicata rimarrà solo Potenza e in Sardegna solo Cagliari…

Pensate però al risparmio per la spesa pubblica che si può fare con 64 amministrazioni locali in meno… a cominciare da questo esercizio perché il processo dovrà essere completato entro il 2012. Le nuove Province – che si occuperanno solo di ambiente, trasporto e viabilità – dovranno avere almeno 350mila abitanti ed estendersi su una superficie territoriale non inferiore ai 2.500 chilometri quadrati. Chi non riuscirà a raggiungere questa soglia potrà fare una sorta di ‘campagna aquisti’ cambiando radicalmente la cartina geografica italiana, con accorpamenti che potranno dare vita a nuovi enti territoriali o ricalcare antiche conformazioni dello stato preunitario. Gli accorpamenti, elaborati dai Consigli delle autonomie locali, dovranno essere approvati dalle Regioni entro il primo gennaio 2014

Insomma, si va di corsa e come ho già dichiarato, lo apprezzo, vista la situazione generale e i rischi seri che corriamo se non ci diamo finalmente una smossa: rimettendo le mani su quella macchina gigante e paralizzata che è la Cosa Pubblica in questo Paese il Governo Monti sta mettendo le basi per un risanamento non solo di contingenza, ma strutturale. Tuttavia ho la sensazione che la fretta sia spesso stata una cattiva consigliera, come nella riforma del Lavoro e temo anche in quella della Previdenza Sociale.

Siamo sicuri che i criteri adottati sulla riforma delle Province siano in grado di dare equità e giustizia alla manovra di riordino dello Stato? Sono i criteri giusti per dare servizi ai cittadini e non solo un rapido miglioramento dei conti pubblici dello Stato? C’è da dubitarne se non si prendono in considerazione:

  1. la virtuosità delle amministrazioni attuali, perchè se una giunta provinciale è efficiente, stando alle disposizioni attuali, può venir cancellata a favore di un’altra che invece ha dato prova di incompetenza o peggio ancora di malaffare e questo non solo è un danno alla meritocrazia che deve invece essere alle fondamenta della Pubblica Amministrazione, ma procura un danno ai cittadini di entrambe le Province.
  2. La storia dei territori su cui insistono le Province, le differenze culturali di cui il nostro Paese è ricco. Lucca e Pisa, Siena e Arezzo, la Benevento papalina con l’Irpinia di Avellino, Parma riannetterà Piacenza sulle ceneri del Granducato e Reggio Emilia tornerà sotto Modena. La realtà è che disfare quello che costituisce un filo rosso della storia italiana non sarà facile, rischiando di riesumare le lotte tra guelfi e ghibellini.

Nessuno mette in dubbio la necessità di riorganizzare lo Stato, ma credo sia importante fare scelte sulla base di valutazioni che non prendano esclusivamente in considerazione i vantaggi di cassa, ma anche la funzionalità del nuovo sistema sia in termini di equità e efficienza per i cittadini che di rispetto per le culture e le tradizioni del nostro Paese.

Dalla Provincia di Reggio Emilia viene infatti una proposta concreta: creare non Province allargate (es. Reggio con Modena. Parma con Piacenza, ecc.) ma una sola Provincia Emilia, che assieme alla Provincia Romagna e alla Città Metropolitana di Bologna costituirebbero le tre istituzioni coordinate dalla Regione Emilia Romagna. In questa maniera, ha dichiarato la Presidente Sonia Masini, “(…) la Provincia dell’Emilia avrebbe circa 2 milioni di abitanti, imprese e PIL che le consentirebbero di competere con le Province Europee più importanti”.

Mi sembra un ragionamento importante perchè ha una visione di sviluppo successivo al riassetto, che prende in considerazione le potenzialità di questo territorio capace di riunire tutte le migliori Indicazioni geografiche protette (Igp) del Paese, dal parmigiano al prosciutto, all’aceto. Mentre in Toscana potremmo avere una Provincia dei Gran vini con Siena, Arezzo e Grosseto, accanto a quella Marinara di Massa, Lucca, Livorno e Pisa, cercando però di far assopire i tradizionali rancori stracittadini. Più facile sarà riunire Viterbo e Rieti in una Provincia della Tuscia Sabina e Latina insieme a Frosinone in quella ciociara. Teramo, Pescara e Chieti potrebbero rientrare nella ‘Provincia Adriatica’, escludendo L’Aquila, mentre Savona e Imperia si potrebbero costituire in Provincia di Ponente.

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il Papa, l’IMU e lo strano fenomeno delle chiese aperte

Se viveste a Roma non potreste non aver notato lo “strano” fenomeno delle chiese aperte. Esatto: chiese solitamente mai aperte al pubblico (e a Roma ce ne sono veramente tante e bellissime) hanno  improvvisamente spalancato i solenni portoni al pubblico. I visitatori estasiati dallo splendore del patrimonio artistico avranno plaudito alla solerzia del Vaticano nel far ammirare i tesori d’arte accumulato nei secoli, ma le ragioni sono più pragmatiche.

Andiamo con ordine. il governo dei Tecnici al governo in Italia, di fronte al tentativo di risanare un Paese dilaniato da un lungo passato di malgoverno è costretto ad imporre sacrifici a tutta la popolazione, in base al reddito, senza tuttavia escludere neanche i più poveri. Tra i provvedimenti istituisce l’IMU, un’imposta sulla proprietà immobiliare dei cittadini, compresa la casa in cui abitano. Le proprietà immobiliari della Chiesa (o forse dovrei dire del Vaticano) sono immense: chiese, scuole ospedali, aziende oltre ai conventi, i dormitori e la galassia di società no-profit che sono o gravitano nella sfera di influenza di papa Ratzinger e tutte, dico tutte, queste proprietà non hanno mai pagato questa tassa e vengono (ovviamente verrebbe da dire) incluse nelle fonti di prelievo fiscale.

Questo scatena il putiferio perchè si tratterebbe di un vero e proprio salasso, quasi un attentato alle finanze dello Stato Vaticano e cominciano le urla indignate. Sono fermamente convinto che i luoghi di culto non debbano essere soggetti a tassazione per il semplice motivo che, per sostenersi, non essendo centri di profitto, questi dovrebbero chiedere alla gente di pagare (e questo aumenterebbe la tassazione oggettiva sui cittadini credenti) o chiudere (e questo sarebbe una grave violazione del diritto di culto della gente). Detto questo però, ogni altra attività deve generare un gettito fiscale che serve a finanziare il pubblico vivere civile della comunità: è un principio fondamentale della pubblica convivenza e infatti anche il Vaticano è costretto a cedere. La Santa Sede annuncia che pagheranno l’IMU tutte le sue attività commerciali.

Prima ancora che Monti possa rispondere alle sempre maggiori pressioni che gli arrivano da ogni fronte, è tutto un fiorire di cappelle che trasformano interi immobili in luogo di culto e le porte delle chiese si aprono, perchè se sono chiuse, non sono luoghi di culto. Ecco svelato il miracolo, ma la cosa che fa più rabbia sono le scuole. Parificate o private che siano, sono arrivati a sostenere di non essere attività commerciali perchè le rette salatissime che vengono imposte agli studenti sarebbero in realtà dei finanziamenti alla comunità religiosa che manda avanti la scuola: una bugia talmente grossolana che basta una visita occasionale per rendersene conto. Eppure Gasparri, lo ha gridato come un fatto ovvio non appena il governo Monti ha dichiarato che le attività non commerciali del Vaticano ed in genere di ogni altra attività no-profit sarà esclusa dal provvedimento fiscale.

La corsa frenetica a cercare motivazioni per non pagare le tasse da parte del Vaticano è un insulto che dovrebbe vedere tutti gli italiani sdegnati, perchè non è concepibile che qualcuno si sottragga alle restrizioni che tutti devono subire, ma lo è ancora di più quando questo è fatto da un’istituzione spirituale. Siamo stati costretti a tutto questo da uno Stato, chiamato a gestore la cosa pubblica, che invece di servire il popolo lo ha soggiogato e ci accorgiamo di come anche chi è stato chiamato a curare le anime di milioni di cittadini italiani si rifiuta di contribuire alle loro necessità per preservare i propri privilegi.

Non c’è che dire: o gli italiani si svegliano e mettono fine a tutto questo, affermando con tutta la forza necessaria il principio della sovranità popolare o non riusciremo mai a sottrarci al giogo medievale in cui siamo costretti e finiremo schiacciati dall’avidità del Papa e dell’Imperatore.

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Le dimissioni di Berlusconi

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I timori di Sacconi

Il Ministro Sacconi teme che torni la violenza politica ed annuncia questi suoi timori in concomitanza con la manovra che vuole portare più facilità di licenziamento e l’innalzamento dell’età pensionabile per far fronte alle pressanti richieste di risanamento che giungono dall’Unione Europea. Ovviamente l’onda lunga degli scontri a Roma dei giorni scorsi consente anche di associare in maniera quasi subliminale quei fatti con i timori di una resurrezione delle Brigate Rosse, di Prima Linea, Ordine nuovo e tutti gli altri movimenti armati che sconvolsero il Paese negli anni ’60, ’70 e ’80 e questo è ovviamente scorretto; se non sul piano della lotta poltica, almeno su quello della comunicazione istituzionale perchè a parlare è un Ministro della nostra povera Repubblica.

Io che ero un adolescente negli anni ’70 e come (quasi) tutta la mia generazione credevo profondamente negli ideali del tempo, ricordo che la strategia usata dal potere fu esattamente la stessa: instillare la paura per far passare misure restrittive che in nessun altra maniera sarebbero state accettate. D’altronde questa strategia è scritta sui libri del liberismo ed ha avuto le più variegate applicazioni dal Cile, alla Polonia, all’Italia nel passato, e perfino agli Stati Uniti d’America (e con loro a tutto il mondo) in occasione dell’11 settembre 2001. Se non ci fosse stata la paura del terrorismo, avremo mai accettato le restrizioni alla libertà individuale che continuiamo a sopportare ancora oggi, oltre dieci anni dopo l’attacco alle Torri gemelle di New York.

Oggi, nel nostro piccolo (nel senso anche morale del termine) il Ministro Sacconi, teme per il risorgere del terrorismo proprio mentre vuole liberalizzare i licenziamenti invece di difendere i posti di lavoro, che sono sempre più precari a causa della crisi finanziaria (che sancisce il crollo del sistema capitalista), difendendo così il potere di spesa della popolazione e quindi del mercato italiano. Certo c’è la pressante richiesta dell’Unione Europea di riportare sotto controllo i conti di un Paese allo sbando, che non ha una politica di sviluppo e che ha affrontato la crisi senza fare proprio niente, confidando nella natura anomala del credito delle imprese (meno esposte che in altri Paesi con il sistema bancario, perchè ottenere dalle banche italiane è un vero e proprio problema e questo limita lo sviluppo, ma difende da un’esposizione debitoria eccessiva) e della gente italiana, di cui è proverbiale la propensione al risparmio (perchè è secolare la sfiducia popolare nelle capacità dei nostri governanti di creare le condizioni per un futuro sereno).

Il governo si assuma le sue responsabilità allora, senza evocare fantasmi (a proposito, ma perchè certi timori non li esterna il Ministro degli Interni, invece che quello dello Sviluppo Economico?). Se toccheranno il futuro della gente rendendo incerto il posto di lavoro e restringendo l’accesso alla pensione a chi ha versato contributi tutta la vita, non saranno le Brigate Rosse a reagire, ma la gente stessa, stufa di un precariato assurdo ed una distribuzione sempre più oligarchica della ricchezza prodotta dal Paese (che è sempre la terza economia dell’Unione Europa, ma ha un’evasione fiscale da nazione sottosviluppata ed una raccolta fiscale iniqua ed ingiustamente distribuita) a rivoltarsi.

Non faccia confusione Signor Ministro, i suoi timori sono forse giustificati, ma il terrorismo non c’entra proprio niente.

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…e Bossi sbugiarda Maroni

L’Italia deve uscire dalla Ue? “No, no. Maroni era arrabbiato”. Così Umberto Bossi risponde ai giornalisti a Montecitorio e aggiunge: “Sono cose che passano in una notte”. Che cosa dovrebbe fare l’Europa? “L’Europa – risponde il leader della Lega – dovrebbe fare un sacco di cose e invece non fa niente. Dovrebbe fare quello che stiamo facendo noi, mandare le navi a pattugliare”. E sull’ondata migratoria in arrivo dal Nord Africa il leader del Carroccio è perentorio: “Dobbiamo mandarli a casa tutti. “Sì”, l’Ue è un problema – ammette il ministro delle Riforme – ma “noi andiamo avanti per la nostra strada, come abbiamo sempre fatto”. Questo è quanto riporta Il Giornale, pensate un po’…

Bossi quindi sbugiarda clamorosamente il Ministro degli Interni, che in piena crisi isterica non era riuscito a frenare i nervi dopo lo schiaffo ricevuto dall’Unione Europea. Anche Frattini, cambia rotta, dichiarando che “per l’Italia l’Unione europea è una straordinaria opportunità”.

In meno di 24 ore, un completo cambiamento di rotta a dimostrazione del livello di sbando totale in cui versa il governo. A Bossi qualcuno spieghi che andare avanti per la “loro” strada si è dimostrato un fallimento a 360 gradi (oltre a ripugnare per il razzismo della politica del “fuori dalle palle”), a Maroni, si chiarisca che strillare in maniera isterica non serve mai, soprattutto quando si hanno posizioni sbagliate (ricordate anche il trambusto dopo le dichiarazioni di Saviano sulla ‘ndrangheta al Nord?), e visto che un Ministro deve evitare di creare danni all’immagine del Paese, si inviti lui e Frattini a dare le dimissioni (in dialetto padano: fora de ball).

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riflettendo su Mirafiori

Dalla vicenda FIAT si traggono molti spunti di riflessione.

La logica del rapporto tra impresa e sindacato entra in un nuova era, figlia della crisi del modello industriale tradizionale, fatto di famiglie e patrimoni privati. La sopravvivenza stessa di molte imprese è legato ad un mercato globale che usa logiche necessariamente diverse.  Competere con mercati che hanno un costo del lavoro irrisoriamente basso è una sfida probabilmente persa in partenza, ma  per tentare di farlo bisogna trovare equilibri e cambiamenti a volte pesanti. In questa trasformazione, che non investe solo la FIAT e non solo l’Italia, la posizione di Marchionne è comprensibile, ma lo è altrettanto quella dei lavoratori che non vogliono cedere diritti acquisiti nel corso di lotte dure ed aspre contro l’arroganza imprenditoriale del passato. La discriminante credo che sia il piano di investimenti promesso dalla FIAT, perchè se Marchionne riesce a generare valore e ad aumentare i salari dei lavoratori come dice, allora è nell’assoluto interesse dei lavoratori valutare il contratto di lavoro che viene proposto: in condizioni di stabilità finanziaria, con un mercato del lavoro appena decente, ma nello stato del nostro Paese, la scelta di Marchionne appare destabilizzante.

Ovviamente, se avessimo un governo degno di questo nome, si sarebbe dovuto far presente alla FIAT che le scelte di un’azienda che ha usufruito per tanti anni di tanti favori da parte del Paese, dalla cassaintegrazione agli stabilimenti meridionali, dovrebbe sentire quantomeno il dovere di informare le istituzioni e concordare le modalità di somministrazione delle scelte, oltretutto in considerazione dell’impatto sociale che generano. Sarebbe inoltre da chiarire che cambiamento radicali, come quello di Mirafiori, devono portare anche a rivedere i rapporti tra lo Stato e l’impresa privata, nel rispetto di una reciproca indipendenza e destinando i fondi pubblici allo sviluppo ed alla qualità di vita dei cittadini.

L’interesse di tutti invece è rivolto al miliardo di euro che è l’ammontare che la FIAT investirà a Mirafiori, per produrre SUV a quanto pare, in netto contrasto con la vocazione ecologica che aveva caratterizzato l’azienda di Marchionne nella conquista della Chrysler. Grazie a motori tecnologicamente avanzati, in grado di grandi risparmi di carburante, cosa che i SUV oggi notoriamente non hanno. Allo stato attuale, ogni giudizio è ovviamente prematuro, anche se non posso non pensare che il mercato delle auto  deve trovare un futuro diverso da quello che ha avuto fino ad oggi perchè altrimenti… non ha più futuro.

Vorrei infine offrire alla considerazione del nostro governo anche un altro aspetto inquietante della vicenda. Sono infatti convinto che una buona parte del 54% degli impiegati della FIAT che ha approvato gli accordi, lo ha fatto perchè costretto dalla paura di restare senza un lavoro e mi domando:  se questo è quello che succede nel Nord industriale del nostro Paese, a cosa deve sottostare la gente per poter lavorare nel Sud, dove industria troppo spesso significa mafia?

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Carfagna, Prestigiacomo & Co.

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Gli scenari possibili per il governo Berlusconi

“Come un terno al lotto”, questa è l’espressione popolare romana che indica la massima incertezza e che ben si adatta alla situazione politica al momento della resa dei conti tra Berlusconi e le opposizioni. Guardate l’illustrazione che il PD fa circolare sui social network

Lo stesso Partito Democratico crede sempre meno alla possibilità che Berlusconi venga sfiduciato, rispetto agli altri scenari possibili. Staremo a vedere: oramai ci siamo, ma la sensazione è che “gatta ci covi”, parafrasando un altro adagio popolare.

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La miopia dei Beni Culturali

Lo sfacelo in cui versa il settore dei Beni Culturali ha responsabilità precise, rivelano gli studi presentati a Florens 2010, nel Salone dei Cinquecento  di Palazzo Vecchio per la rassegna internazionale dedicata ai Beni Culturali ed Ambientali.

I dati sono questi:

  • Il Ministero dei Beni Culturali in nove anni ha aumentato in maniera vertiginosa la spesa per gli “affari generali, amministrativi e del personale” che passa dal 4% della ripartizione di spesa del ministero nel 2000, al 24% del rilevamento 2008.
  • La spesa per la “tutela e valorizzazione dei Beni Culturali e paesaggistici” è scesa nello stesso periodo dal 51% al 30%, mentre i quella per sostenere il mondo dello spettacolo e del cinema è salito dal 28% al 30%

Questi dati impongono una riflessione:

  • i governi che si sono succeduti dal 2000 credono che i fondi dello Stato per sostenere un mondo che ha regalato all’Italia momenti sublimi nella storia del cinema (ma anche tanti soldi buttati) siano altrettanto importanti di quelli destinati alla tutela di un patrimonio inestimabile, come quello che i nostri avi hanno regalato all’umanità
  • si è preferito destinare le misere risorse per assumere personale piuttosto che per  far funzionare il sistema garantendo salvaguardia e valorizzazione dei Beni Culturali.

Non c’è da stupirsi se il risultato è un apparato burocratico abnorme mentre i siti archeologici, i monumenti e i parchi di questo straordinario Paese sono lasciati al degrado.

Oltretutto, in una visione meramente finanziaria, la situazione è aggravata dal fatto che i Beni Culturali sono un vero e proprio affare per il Paese. Secondo Confindustria, ogni 100 euro incremento di PIL nel settore di Beni Culturali attivano €249 di PIL nel sistema economico generale, di cui  €75 nell’industria e due unità di lavoro nel settore culturale generano tre unità di lavoro nel sistema generale. Quindi se si dovesse ridurre il PIL del settore dei €500 milioni previsti in finanziaria, questo porterebbe alla mancata attivazione di €1.2 miliardi del PIL nazionale, di cui 375 milioni nell’industria.

L’ottusità della classe dirigente di questo Paese è una minaccia per il bene pubblico, per la nostra storia e per il rischio che fa correre a tutto il Paese di perdere per sempre un patrimonio storico e culturale dal valore inestimabile e che rappresenta il 75% del patrimonio culturale dell’umanità.

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Silvio dichiara guerra

«Non mi dimetterò mai», quasi grida al telefono Berlusconi dal ventunesimo piano dell’Hotel Hyatt, e dall’altro capo del filo lo ascoltano tramite interfono tutti i gerarchi del suo partito, riuniti a 8962 chilometri di distanza. Il tono di voce è concitato, «Fini vuole eliminarmi, mi vuole morto fisicamente per la storia di Montecarlo, è convinto che gliel’abbia montata io. Ma se questi faranno il governo tecnico noi gli scateneremo contro la guerra civile, avranno una reazione come nemmeno s’immaginano…».

… una guerra civile. Ecco cosa è disposto a dire il nostro Presidente del Consiglio, copiando toni già usati, non ultimo da Bossi qualche giorno fa, stando alla cronaca di queste ultimi concitate ore del governo Berlusconi. Lo trovo assolutamente inaccettabile sia moralmente perchè il Presidente del Consiglio deve voler il bene degli italiani tutti e non solo della sua parte, che legalmente perchè istigare all’odio è reato.

Sopratutto però questa frase spiega come questa crisi sia foriera di molta violenza, sin dai suoi albori, con un Berlusconi ferito, ma pronto a dare battaglia fino all’ultimo respiro.

Intanto il PdL cerca di far passare in fretta e furia gli ultimi ritocchi al Piano di Stabilità che il Parlamento deve votare nei prossimi giorni, tra cui la restituzione di €245 milioni di contributi per le scuole parificate (in maggioranza schiacciante di proprietà della Chiesa), inizialmente tagliati, in maniera da assicurarsi il favore politico dei cattolici in vista delle prossime elezioni e spero lo sprezzo di tutti gli altri, visto il misero stato in cui sono ridotte le nostre scuole pubbliche.

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La pazienza è finita

Facciamo il punto, cercando di restare razionali, senza cedere allo sdegno, in mezzo a questa ennesima vicenda che coinvolge il nostro Capo del Governo e quindi tutti noi, in Italia e nel mondo.

Non è molto che illustri rappresentanti del capitale italiano quali Luca Cordero di Montezemolo avevano dichiarato che la loro pazienza stava terminando di fronte al malgoverno, sulla scia delle dichiarazioni della Presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia, che chiedeva un esecutivo capace di governare l’uscita da una crisi devastante per le imprese italiane (con tutte le conseguenze che che quelle dichiarazioni ebbero grazie alla fabbrica del fango di Sallusti & Co.) Al tempo delle dichiarazioni, Berlusconi era alle prese con la casa di Montecarlo dello scissionista Fini e con la preparazione del Lodo Alfano e non  aveva tempo di ascoltare, così oggi la stessa Marcegaglia torna a sottolineare l’inesistenza di una qualsiasi attenzione da parte del governo, ma il Presidente del Consiglio non ha tempo, sommerso dall’immondizia, sia quella del mancato miracolo napoletano, dell’esportazione illecita dei suoi capitali ad Antigua, dell’ultima frode fiscale emersa, compiuta assieme al figlio e adesso quella generata dall’ennesimo scandalo erotico con una minorenne.

Mentre la disoccupazione cresce, (nonostante i patetici tentativi del Ministro Sacconi di fare paragoni con la media europea che risulta superiore al tasso di disoccupazione italiano solo perchè da noi non vengono calcolate le persone in cassa integrazione, che sono centinaia di migliaia), la stragrande maggioranza dei giovani non riesce a trovare un lavoro, la ricerca e la scuola agonizzano sotto la scure dei nuovi tagli orizzontali di Tremonti, gli ospedali chiudono o continuano a fornire nuovi esempi di sanità malata non più in grado di far fronte alle necessità della popolazione, la corruzione dilaga dappertutto e la giustizia non è in grado di assicurare la salvaguardia degli onesti.

Lui non ha tempo, ma se la ride immerso nel delirio di onnipotenza che lo pervade: si fa beffe dello scandalo immobiliare dicendo che di case ne ha tante, afferma che il suo stile di vita non vuole cambiarlo, fregandosene dell’imbarazzo che provoca a tutti gli italiani sbeffeggiati in tutto il mondo il suo comportamento indecoroso (oltre che francamente penoso per una persona anziana come lui).

Non ha tempo perchè deve trovare una maniera di salvaguardarsi personalmente dalle conseguenze di una vita spesa tra truffe, raggiri, frodi fiscali, corruzione, associazioni e frequentazioni malavitose che gli hanno dato una ricchezza spropositata, ma di origini illegali.

Il comportamento del nostro Premier è talmente arrogante che anche molti di quelli che lo avevano seguito cominciano a lasciarlo, un po’ per imbarazzo ed un po’ perchè temono che la caduta del monarca possa portare schizzi di fango anche su di loro: dalla Chiesa che non riesce a “contestualizzare” l’indegnità dei suoi costumi come tuttavia era riuscita a fare anche con le sue bestemmie, agli onorevoli rappresentanti del suo partito che passano a frotte con il traditore Fini. Gli rimangono accanto quelli che più di tutti hanno tratto beneficio dalla sua corte dei miracoli, le Ministre in minigonna e tacchi a spillo, gli affaristi e gli spudorati transfughi dal fascismo più bieco. Anche i razzisti della Lega cominciano a prendere le distanze stando a quanto dichiara oggi Bossi: “Prepariamoci ad un governo tecnico con noi all’opposizione”.

Attenti però: la pazienza degli italiani, non solo quella della Confindustria, è finita e quando questo accade non si può poi piangere sul latte versato e crocifiggere chi sbaglia cedendo all’esasperazione, usando violenza per esprimere la propria rabbia ed impotenza. Che si assuma ognuno le proprie responsabilità sin da ora. La pazienza è finita!

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Coincidenze?

dal sito Ossidia che ha estrapolato i dati da Wikipedia

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