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La mafia entra nella politica

Avete notato come la mafia sia diventata improvvisamente centrale nel dibattito politico? Da quando Saviano che ne ha cominciato a parlare, abbiamo assistito in rapida successione ad eventi, fatti legati alla mafia, che stanno ancora riempiendo le cronache e le prime pagine dei quotidiani: la rabbia di Maroni, l’arresto del boss Iovine, capo dei Casalesi ed oggi l’infamante condanna del Senatore Marcello Dell’Utri e la notizia che il Governatore della Sicilia, Raffaele Lombardo, è indagato per concorso esterno in associazione mafiosa, raccogliendo il testimone del collegamento tra mafia e Cosa Nostra, proprio da Dell’Utri.

Tuttavia la deposizione delle motivazioni con cui i giudici di Palermo hanno condannato a 7 anni il senatore PDL per concorso esterno in associazione mafiosa è eclatante, anche perchè non lascia più ombra di dubbio: “Marcello Dell’Utri era uno specifico canale di collegamento tra Cosa Nostra e Berlusconi” è la sentenza della Giustizia italiana, dopo tutti i gradi di appello che il giudizio comporta in questo Paese. Nelle 641 pagine depositate in cancelleria i giudici di Palermo sostengono che Dell’Utri nel periodo fino al 1992 “ha apportato un consapevole e valido contributo al consolidamento e al rafforzamento del sodalizio mafioso”. In particolare, l’imputato avrebbe inoltre consentito ai boss di “agganciare” per molti anni Berlusconi, “una delle più promettenti realtà imprenditoriali di quel periodo che di lì a qualche anno sarebbe diventata un vero e proprio impero finanziario ed economico”

Un “aggancio” di molti anni quello tra Berlusconi e Cosa Nostra che coincide con gli albori di Forza Italia che quantomeno nella sua fase iniziale, ricevette i favori e forse anche fondi mafiosi.

Il mafioso Vittorio Mangano – si legge ancora nelle motivazioni della sentenza – fu assunto, su intervento di Marcello Dell’Utri, come “stalliere” nella villa di Arcore non tanto per accudire i cavalli ma per garantire l’incolumità di Silvio Berlusconi. I giudici ritengono credibile il collaboratore Francesco Di Carlo, che ha ricostruito il sistema di “relazioni” di Dell’Utri con ambienti di Cosa nostra. Credono fondato soprattutto il suo racconto su una riunione svoltasi a Milano nel 1975 “negli uffici di Berlusconi” alla quale parteciparono, oltre a Dell’Utri, anche i boss Gaetano Cinà, Girolamo Teresi e Stefano Bontade che all’epoca era “uno dei più importanti capimafia”.

In un Paese civile il senatore in questione avrebbe quantomeno perso seduta stante ogni onore, benefit o posizione, scontando la sua condanna con il marchio dell’infamia e l’interdizione imperitura da ogni pubblico ufficio, ma la stessa sorte sarebbe riservata ad un Presidente del Consiglio i cui contatti con la mafia sono stati provati e condannati da un aula di Tribunale.

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