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Il petrolio, la FED e la rivolta dei mercati

a1Nel tentativo di cercare di capire quello che sta succedendo nella finanza mondiale credo che l’inizio del 2016 rappresenti un caso emblematico. Il crollo degli indici in giro per il mondo a quanto pare era solo uno smaltimento (parziale, temo) della bolla scoppiata quando la Federal Reserve ha messo in pratica la tanto annunciata inversione di tendenza nella politica monetaria degli USA, alzando i tassi di interesse, fermi allo zero dal 2008.

Una moneta che costa di più (in particolare per un’economia globalizzata come quella USA) comporta una difficoltà crescente a competere sui mercati internazionali gravando di maggiori costi le esportazioni statunitensi e costi fissi più gravosi sui bilanci consolidati delle imprese. Questo riduce la capacità individuali di generare profitti, riducendo in maniera conseguente il valore delle azioni sul mercato. Wall Street ha quindi vissuto un riallineamento, riportando gli indici alla realtà.

Questo provvedimento, che in qualche maniera ha certificato la convinzione della banca centrale USA sulla solidità della ripresa della maggiore economia mondiale, è stato tuttavia adottato durante una durissima guerra senza esclusioni di colpi sul petrolio, il cui prezzo è crollato sotto i $30 al barile (nel 2014 era a $104). Il rientro dell’Iran nella comunità internazionale ha infatti aperto scenari molto diversi sulla disponibilità di olio nero sul mercato e l’Arabia Saudita (ancora il maggior produttore mondiale) non è certamente contenta. I due nemici storici, sciiti e sunniti, hanno quindi ripreso uno scontro secolare su molti terreni, compreso quello militare. Nel frattempo, gli USA hanno consolidato la propria indipendenza energetica (grazie alla famigerata tecnica di estrazione chiamata “fraking”)  in contemporanea con il rallentamento della Cina, la seconda economia mondiale. Questo, ovviamente, riduce grandemente la domanda di petrolio sul mercato. Con sempre maggior disponibilità e una domanda molto ridotta rispetto al passato, il prezzo della materia prima è crollato.

Molte aziende del settore (nella stragrande maggioranza nordamericane), già indebitate per l’avvento del fracking, che ha grandi costi di estrazione, non hanno retto e sono fallite e molte altre sono a forte rischio di fallimento se il petrolio non riuscirà a riacquistare una quotazione migliore nei prossimi mesi. Anche l’OPEC è scesa in campo cercando di favorire  un accordo generalizzato per il taglio della produzione (che per i produttori significa rinunciare a profitti significativi) che pare l’unica arma per cercare di contenere il calo del prezzo al barile.

Meno profitti e maggior costo del denaro: una bestemmia per le aziende quotate a Wall Street, abituate oramai ai soldi facili.

Il crollo dei mercati che ha caratterizzato l’inizio del 2016 è quindi stato un aggiustamento dei mercati alla nuova realtà economica globale. Un aggiustamento ruvido però, avvenuto dopo una rivolta dei mercati contro la Federal Reserve e le banche centrali in generale. Un aggiustamento che pesa parecchio sui risparmi della gente di tutto il mondo, comprese le economie che non sono ancora uscite dall’ultima crisi, come l’Italia e l’Europa in generale.

La politica della Yellen è dovuta e non oltre procrastinabile. L’economia degli Stati Uniti è sempre più il motore dell’economia mondiale e la ripresa è oramai consolidata. Continuare a regalare soldi è drogare il mercato, gonfiando Wall Street di profitti ingiustificati e sottraendo risorse federali che possono essere meglio investite sull’economia reale.  Credo che fino a primavera dovremo abituarci ad  un’altalena insopportabile (che i tecnici chiamano “volatilità”) tra minacce apocalittiche e straordinarie riprese, legate alle oscillazioni del prezzo del petrolio.

Per il momento, questa rivolta non riguarda il Presidente della Banca Centrale Europa, Mario Draghi, che ha rincuorato i mercati, promettendo maggiori elargizioni di denaro pubblico, e “tutto quello che sarà necessario”, per far uscire l’economia europea dalla crisi. Vedremo adesso, a  Marzo quello che succederà.

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siete pronti per Settembre?

Guardate il video e fate la vostra scelta che in Italia ne avremo veramente un gran bisogno…

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la rivoluzione verrà dalla Rete

Si è sempre detto che “sono i giovani a cambiare le cose, perché più invecchi e più hai da perdere” e dopo gli anni ’70 ho sempre pensato che è anche vero che i giovani sono più manipolabili. Oggi però, le cose sono diverse, perché esiste la Rete: ricordate gli stadi strapieni di ogni comizio di Obama nella sua campagna elettorale, le primavere arabe dello scorso anno che hanno rivoluzionato la geografia politica del Mediterraneo, le manifestazioni di Occupy Wall Street contro l’arrogante strapotere della finanza.

Sono i giovani che cambieranno il mondo? Me lo auguro vivamente, li osservo con attenzione perché il momento storico in cui viviamo è veramente triste e  qualsiasi cosa venga dalla gente, del mio Paese e da tutto il mondo, mi interessa per capire dove (e come) vogliamo andare avanti, mentre assistiamo al crollo verticale del capitalismo, ad un fallimento economico che, oltre che sociale, assomiglia per molti versi a quello a cui abbiamo già assistito anni fa con la caduta del comunismo. E cerco di dare una mano a chi si organizza per cercare di cambiare le cose, aggregando la gente, attraverso i social network o i blog (proprio come Nuda Verità), perché possiamo, vogliamo e abbiamo strumenti potenti per far sentire la nostra voce.

Occupy Wall Street è oramai un’organizzazione diffusa (guardate la mappa delle occupazioni che sono state fatte in tutto il mondo) che segue una precisa teoria, ha radicamenti internazionali che si riconoscono in un’organizzazione che si chiama Occupy Together e più viene contrastata duramente dalle forze di polizia nonostante il pacifismo dei partecipanti alle manifestazioni (è notizia recente la repressione violenta della polizia di Chicago subita dai manifestanti durante l’incontro il 2012 NATO Summit, il 19 maggio scorso), più cresce in termini di consensi ed iniziative.

Gli indignados spagnoli, i nostri studenti la scorsa primavera e il Movimento 5 Stelle in Italia, ognuno con le dovute e oggettive differenze, hanno qualcosa in comune perché nascono dallo stesso seme: forse i giovani cambieranno davvero il mondo, forse l’inizio è davvero vicino.

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occupy Wall Street

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